Inizia e finisce con due moti di spirito, due soffi di leggerezza in una oceano di profondità, l’intervento di introduzione della ventesima edizione del Festival dell’Economia di Trento di Monsignor Gianfranco Ravasi. Per iniziare, il presidente emerito del Collegio pontificio della Cultura, ricorda che l’anno scorso si era congedato definitivamente dalle prolusioni al Festival, di cui è stato per anni protagonista. Ma, come diceva Oscar Wilde, peraltro molto citato da Ravasi, «non vi è altro modo di liberarsi da una tentazione che di soccombere ad essa». E Trento, la particolare atmosfera generata dalle riflessioni intorno all’uomo e all’economia, all’agire e al decidere, come ha ricordato Ravasi, sono una tentazione troppo forte anche per un teologo.

Per concludere il suo intervento, che ha attraversato i tormenti dell’oggi, e forse per indurre la platea del Teatro sociale a un sorriso liberatorio, monsignor Ravasi, surfando tra Le Confessioni di Sant’Agostino e Julien Green, ha ricordato che «inquieto è il nostro errare», ma come diceva lo scrittore francese di origini inglesi, «finché siamo inquieti si può stare tranquilli».

In mezzo ai due soffi, il cardinale Ravasi stimolato dalle domande dell’inviata del Sole 24 Ore Lina Palmerini, ha ragionato sullo spirito del nostro tempo, sulla difficoltà dell’agire e del decidere, sulla necessità di tre “I” molto più profonde di quelle del programma del primo governo Berlusconi (inglese, impresa e informatica). Interrogare, intelligere e interpretare, ha detto Ravasi, sono le chiavi per andare oltre la semplificazione, la banalità e lo scontato che affliggono la politica e anche le gerarchie ecclesiastiche.