Il collectible è diventato il vero status symbol nel mondo del design indiano. Un fenomeno certo alimentato, e non in piccola parte, dal crescente numero di miliardari del Paese: nel 2023, l’India ne contava 185, per una ricchezza complessiva di quasi 906 miliardi di dollari. Ma la domanda di pezzi unici che combinino artigianato tradizionale, arte e design contemporaneo è legata anche a una consapevolezza trasversale e a un generale apprezzamento dei saperi antichi, sempre più a rischio di estinzione. Il risultato è che oggi i designer indiani sperimentano moltissimo, fondendo antiche tecniche con forme moderne, nel tentativo di valorizzare la scena indiana a livello globale, senza però snaturarsi.
Ashiesh Shah è lo studio nato dalla creatività di uno dei più noti interior designer del Paese. Si trova a Tardeo, quartiere posh e ingolfato di traffico nel centro di Mumbai. Le quiete stanze affacciate su un semplice cortile sono l’espressione della sua visione eclettica: «Se dovessi definire il mio approccio, direi che è basato sulla ricerca, prende le mosse dalla cultura indiana, ma è portatore di un’estetica dallo sguardo globale, radicata nella geometria, nella spiritualità e nell’artigianato locale». L’essenza del suo lavoro risiede proprio nella riscoperta e nella celebrazione del ricco patrimonio del savoir-faire indiano e dà nuova vita alla tradizione attraverso oggetti unici, forgiati a mano con maestria. Da qui l’origine di pezzi ormai iconici – come la Guccha, luce ispirata alle campane dei templi di Shiva – nati dalla collaborazione con i karigar, artigiani custodi di antichi saperi. Un esempio è anche la sedia Naga: «È fatta di quella che in India chiamiamo erba di elefante, ed è stata realizzata in un remoto angolo nord-orientale del Paese», spiega. «La comunità Naga la usava per fare impermeabili resi completamente superflui da quelli moderni, di plastica: noi abbiamo ridato vita alla lavorazione tradizionale e la seduta è diventata famosa, anche perché esprime l’intersezione tra artigianato, design e moda». Tra le sue creazioni sono noti i totem, amatissimi dagli appassionati del genere, e sempre presenti nelle gallerie di design: «Ci lavoro ormai da dieci anni, sono stati ispirati dal modo in cui guardo la mia Mumbai, che ha un’architettura stretta e pianificata verso l’alto». Shah nel suo stile abbraccia la bellezza dell’imperfezione, dando vita a creazioni che sussurrano storie di mani sapienti e tempo sospeso: «Quando ho iniziato a sperimentare in questa direzione, non conoscevo neppure la parola collectible design. Oggi ogni pezzo ha una storia, parla di una comunità la cui abilità artigianale si esprime con un linguaggio moderno». Il suo studio ha iniziato l’anno con il successo di una mostra al Féau Boiseries durante la Paris Design Week, poi un tutto esaurito alla Settimana dell’arte di Delhi, unico artista indiano rappresentato dalla Carpenters Workshop Gallery.






