Vladimir Putin ha visitato il Kursk: un viaggio simbolico nella regione russa che gli ucraini avevano tentato di invadere lo scorso anno con l'intento dichiarato di distogliere le truppe russe dall'offensiva nel Donbass e di guadagnare territorio da scambiare in possibili trattative.
Obiettivi entrambi falliti con l'espulsione delle truppe ucraine oltre confine.
Mentre le prospettive per gli stessi negoziati rimangono avvolte nella nebbia. Mosca ha tra l'altro fatto sapere di non avere ancora ricevuto dal Vaticano alcuna proposta di mediazione, sottolineando che "non è stata presa alcuna decisione sulla sede di ulteriori negoziati", dopo quelli di Istanbul del 16 maggio tra delegazioni russa e ucraina.
La Russia "accoglie con favore la disponibilità e gli sforzi di tutti quei Paesi che desiderano contribuire a una rapida soluzione", ha assicurato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Ma al di là delle dichiarazioni di buona volontà, non ci sono segnali che Mosca sia disposta a compromessi, nemmeno dopo la tanto attesa telefonata di due giorni fa tra Putin e Donald Trump.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato di aspettarsi che "tra non molto, forse tra qualche giorno, la parte russa presenterà i termini" per un possibile cessate il fuoco. Ma il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha ribadito - come aveva fatto Putin dopo aver parlato con Trump - che per Mosca la decisione di una tregua deve essere presa nell'ambito di trattative che affrontino "le cause di fondo del conflitto". Quindi nessuna cessazione delle ostilità prima dei negoziati. Un punto su cui avevano insistito i leader dei Paesi Volenterosi specie nella missione a Kiev del 10 maggio, minacciando in caso contrario pesanti sanzioni contro Mosca, anche a nome degli Usa. Ma Trump ha preso nettamente le distanze. Lavrov ha accusato "Emmanuel Macron, Keir Starmer, Ursula von der Leyen e altre personalità europee" di "chiedere istericamente che gli Stati Uniti si uniscano alle azioni anti-russe".







