«Basta sparare sui giornalisti» è l'appello sottoscritto dai 14 giornalisti che hanno partecipato alla carovana al valico di Rafah per l'informazione a Gaza. «In 19 mesi di offensiva contro Gaza - scrivono - sono stati uccisi dai raid israeliani oltre 220 giornalisti e giornaliste palestinesi; 29 erano donne, secondo i dati aggiornati delle Nazioni unite al 19 maggio. Altri 48 colleghi e colleghe sono imprigionati nelle carceri israeliane. Anche le famiglie vengono perseguitate. La stampa non è testimone del conflitto: è bersaglio». «Nel corso del nostro viaggio verso il valico di Rafah - sottolineano -, in una sola notte tra sabato e domenica, cinque colleghi sono stati uccisi dall'offensiva israeliana. Per l'urgenza di raccontare, all'inizio i colleghi e le colleghe scendevano in strada senza segni di riconoscimento. Ora alcuni indossano giubbotti autoprodotti sul posto, fatti di spugna e con la scritta 'Press'. Non proteggono dal fuoco, non servono a niente, se non a indicare che si è giornalisti. Sono gli unici testimoni del conflitto, e solo grazie a loro finora abbiamo avuto notizie da dentro la Striscia: la stampa internazionale a Gaza non può entrare. Non ci sono da 19 mesi occhi esterni mentre, anche in Italia, abbiamo visto un'informazione purtroppo non sempre al servizio del racconto della realtà».