«Ovviamente è logico-fattuale che l’impronta sulla parete delle scale appartenga all’assassino». I carabinieri della squadra Omicidi di Milano lo scrivono all’allora procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti. È il 7 luglio 2020. Quattro anni fa. Ma nessuno gli chiede di indagare. Quell’impronta palmare «reperto numero 33», raccolta dagli specialisti del Ris nel corso delle indagini del 2007, non aveva mai portato a un nome. Perché la consulenza tecnico-scientifica alla voce «utilità» aveva riportato un laconico: «Nessuna». E così la «firma dell’assassino» sulle scale di casa Poggi, dove è stato gettato il corpo di Chiara, era rimasta lì immobile. Per diciotto anni. Ora quella traccia in fotografia impressa sul muro, secondo i pm di Pavia, ha un nome. Ed è quello di Andrea Sempio. Lo dice una consulenza firmata dall’esperto del Ris Gianpaolo Iuliano e dal dattiloscopista forense Nicola Caprioli che ha individuato «15 minuzie» sovrapponibili a quelle del 37enne.