Chiunque ha assistito con sbigottimento a quanto negli ultimi vent’anni è accaduto nell’Università italiana non può che tirare un sospiro di sollievo leggendo lo schema di disegno di legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri che cambia radicalmente le regole del reclutamento del personale docente dei nostri atenei. E ne va riconosciuto il merito al ministro Bernini la quale ha dato ascolto alle voci non proprio così numerose (tra le quali ci metto anche quella di chi scrive) che da tempo chiedevano un intervento deciso in tal senso.

Fino a oggi per l’immissione in ruolo di nuovi docenti le cose funzionavano così. Un’Agenzia Nazionale (l’Anvur: composta da docenti universitari) stabiliva a sua discrezione il tipo e la quantità — si noti: la quantità — di attività e di «prodotti» scientifici che ogni candidato doveva possedere per poter concorrere a una cosiddetta «abilitazione scientifica nazionale». A rilasciare periodicamente la quale, previo esame dei titoli dei candidati (in assenza degli stessi), la stessa Agenzia di cui sopra nominava per ogni settore scientifico-disciplinare una commissione di docenti selezionati con criteri aritmetico-quantitativi di cui risparmio l’illustrazione ai lettori per evitare di farli impazzire. Una volta ottenuta l’abilitazione l’abilitato poteva quindi presentare la propria candidatura in qualsiasi Dipartimento universitario che disponesse di un posto libero nel suo settore scientifico disciplinare, ed entrare in ruolo in forza di un concorso che per le modalità di formazione della commissione giudicatrice si risolveva in una pura e semplice «chiamata» da parte del Dipartimento stesso.