Ricorrono oggi i quarant’anni dalla scomparsa di Franco Fornari, uno dei più grandi e influenti psicoanalisti italiani del XX secolo. Allievo di Cesare Musatti, editorialista del Corriere della Sera, presidente della Società psicoanalitica italiana dal 1974 al 1978, ha contribuito a superare la rigida separazione tra psicologia e psicoanalisi. Perché è stato fondamentale il suo lavoro e ricordarlo non è solo un atto commemorativo dovuto? Lo abbiamo chiesto al pedagogista Daniele Novara, direttore del CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti).
«Franco Fornari è una figura importantissima per la cultura italiana, e non solo, nel dopoguerra, perché ha introdotto nell’analisi della società, delle sue istituzioni in particolar mondo, l’elemento dell’inconscio, ossia ha riportato i fenomeni sociali a una matrice non semplicemente politologa, economicistica o di opportunismo generico. È stato capace di far risalire le situazioni anche drammatiche, specialmente quella della guerra, a delle motivazioni che appartengono a degli strati molto profondi della vita umana. In altre parole, le persone si muovono dentro le istituzioni, agiscono le istituzioni sociali, non semplicemente sulla base di calcoli razionali o pseudo tali, ma sulla base di motivazioni fortemente inconsce che provengono, secondo Fornari, dalle componenti affettive dell’infanzia».






