ROMA. «Mi sembra tutto così violento. Mi capita di chiudere gli occhi quando parte un pugno: ho paura che si facciano male e mi stupisco di come ho fatto io a sopportare tutte quelle botte». L'uomo che tenne l'Italia sveglia con i suoi ganci sinistri non amava il sangue e se ne è andato senza far rumore. Per chi ha almeno una cinquantina d'anni Nino Benvenuti era una leggenda invecchiata a meraviglia. Mai scaduta, traslocata dall'oro olimpico di Roma '60 alle sfide con Sandro Mazzinghi – Bartali e Coppi della nostra boxe – alle notti insonni dei tre match mondiali contro Griffith. Dalla finale amaro delle due punizioni terribili contro Carlos Monzon, alla vita – bella, piena, dolorosa - oltre la boxe. Di grandi pugili l'Italia ne ha avuti tanti, nessuno più vincente e amato di lui. Il primo match per il titolo mondiale dei medi contro Griffith, nel tempio del Madison Squadre Garden, il 17 aprile del 1967, la Rai non volle neppure trasmetterlo, «per non disturbare il sonno degli italiani che dovevano lavorare». Ma gli italiani del sonno se ne fregarono: 18 milioni con l'orecchio cementato alla radio, il match raccontato secondo per secondo da Paolo Valenti. E fu trionfo, roba che neanche la nazionale, il match dell'anno anche secondo “Ring Magazine”, la Bibbia della boxe. La rivincita se la prese Griffith nel settembre del '68, sempre a New York ma allo Shea Stadium: «avevo una costola rotta e la bocca piena di sangue, ma non andai k.o.», ricordava. La bella fu di nuovo di Giovanni, detto Nino, il paisà figlio di un commerciante di pesce di Isola D'Istria – lo stesso giro di terra di Carnera, Loi e Mitri, di Mario Andretti, Ottavio Missoni, Orlando Sirola, Ezio Loik e Abdom Pamich -, l'italiano capace di battere il nero americano dentro il nuovo Madison. E stavolta la tv c'era. C'erano quelle immagini in bianco e nero, a bassa definizione e altissima emozione, scavate nella storia del nostro sport. Benvenuti non era al meglio ma non sprecò energie e alla nona ripresa tirò giù Emile, il cattivo apparente (sul ring aveva colpito a morte il cubano Paret perché gli aveva dato del “maricon”, del finocchio), ma fragile dentro, che solo molto dopo, la mente ormai piena di rughe profonde, fece outing. E che di Benvenuti rimase amico vero. «Non puoi non diventarlo – diceva Nino - con uno con cui hai diviso 45 round». Con Mazzinghi, invece, amici mai. Due incontri mondiali per il mondiale dei superwelter, due anni prima dell'avventura americana. Il primo a San Siro nel 1965, il montante destro sfolgorante di Benevenuti che spegne la luce sul pugilato più generoso e meno raffinato di Mazzinghi. La rivincita a Roma, sei mesi dopo, ai punti, annunciata un'ora dopo la fine del match e molto contestata. Vinta ancora da Benvenuti che sul quadrato era intelligente, rapido, bello da vedere, innamorato ma non saziato dalla boxe, e che fuori ha saputo diventare anche altro – telecronista, attore in un film western e politico per il Movimento Sociale, ma brevemente: perché anche se si è sempre dichiarato uomo di destra voleva essere il campione di tutti. E c'è riuscito alla perfezione: prima di Riva, Thoeni, Panatta e Mennea Benvenuti è stato il volto dell'Italia che usciva dal boom, l'erede di Carnera che incrociava il fascino di un Mastroianni un po' più maledetto. I primi pugni li ha tirati a guerra appena finita, a 13 anni, all'Accademia Pugilistica Triestina di via San Niccolò, «perché dopo c'era la doccia gratis». Negli occhi l'esempio di Tiberio Mitri («un divo, il campione che sognavo di diventare»), in corpo la necessità «di inventarsi un futuro. Il pugile era lo sportivo più amato e ricco. I calciatori, allora, venivano in secondo piano». Da dilettante 120 vittorie, una sola sconfitta, due titoli europei, la medaglia di Roma strappata al Golem russo Radonyak e consegnatagli in una custodia autografata da Jesse Owens. Da professionista 82 vittorie, 35 per k.o., 1 pareggio e 7 sconfitte, le più brutali e tristi contro Monzon. La prima nel '70 a Roma, per k.o. al 12° round, la seconda nel '71, con l'asciugamano del manager Amaduzzi che vola sul ring per evitare il massacro. Monzon lo andò poi a trovare in carcere, dopo che l'Indio aveva ucciso la moglie, sul ring non ha più messo piede «perché sapevo che ci sarei ricascato». Ha avuto due mogli, una sposata a trent'anni dal primo incontro, cinque figli naturali, una figlia adottata. Ha ammirato Ray Sugar Robinson («per la grazia») e Ali («Nel 1960 a Roma lo seguivo nel villaggio olimpico a Roma e mi dicevo: non è un uomo, è un dio»). Ha visto altre mille facce riempirsi di pugni, passato due mesi in un lazzaretto in India. A ottant'anni aveva le mani come rami di ulivo per colpa dell'artrosi, nella voce, negli occhi sempre la stessa luce. «Nella vita ho voluto fare altre cose, anche se il ring è stata la scuola più importante. Soprattutto perché una volta che esci dal quadrato scopri che tutto è più facile, più bello, meno doloroso».
Addio a Nino Benvenuti, il mito che teneva sveglia l’Italia del boom
Campione del mondo e medaglia d'oro a Roma '60, è stato il pugile più amato










