Sono difensivi per definizione, ci investono i risparmiatori più prudenti ma che vogliono mettere un piede in Borsa e alla lunga pagano (quasi) sempre. Sono i titoli farmaceutici che, proprio per le loro caratteristiche, sono quelli più presenti sia nei portafogli delle famiglie, sia, e soprattutto, in quelli dei gestori di patrimoni.
Lo scenario
Il loro appeal ha ragioni ben precise: di farmaci c’è sempre bisogno, la ricerca va avanti a spron battuto, la vita umana si allunga con un conseguente allargamento del bacino di utenza e la tecnologica offre un grande supporto per l’evoluzione del settore. C’è però una variabile che potrebbe avere conseguenze negative sul futuro delle aziende pharma europee (e non solo): la decisione del presidente Trump di ridurre anche fino all’80% il prezzo dei farmaci americani. Una novità che, unita agli annunciati dazi, potrebbe ripercuotersi sul business delle società del vecchio Continente, visto che quello americano è il principale mercato di sbocco. Un mix in grado di ridurre in maniera significativa i margini di profitto. Ma c’è anche chi pensa che l’intervento sui prezzi non si concretizzerà.
Le opinioni
«Riteniamo che sia molto improbabile che l’amministrazione statunitense riduca i prezzi dei farmaci come indicato nell’Ordine Esecutivo - spiega Linden Thomson, Senior Fund Manager, Healthcare di Candriam -. Quest’ultimo può essere considerato sicuramente una lettera d’intenti, anche se la conferenza stampa è stata relativamente favorevole al settore biofarmaceutico e si è focalizzata più sulle questioni legate alle differenze di prezzo che sui prezzi stessi».







