Oltre 50mila tumori e lesioni pre-cancerose sfuggiti ai radar per la mancata adesione dei cittadini agli screening offerti gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale su seno, cervice uterina e colon-retto. Con l’evidente distorsione tra le denunce quotidiane di liste d’attesa infinite nella sanità pubblica e la perdita di appuntamenti di prevenzione che sarebbero necessari per intercettare alcuni tra i principali big-killer in oncologia. Un paradosso pagato carissimo sia in termini di salute che di costi per il servizio sanitario nazionale.
E che fotografa per l’ennesima volta il solco tra Nord e Sud del Paese, con la Provincia autonoma di Trento che si piazza prima su mammella e cervice e seconda su colon-retto mentre all’estremo opposto c’è la Calabria, ultima su tutte e tre le classi di screening.
Lontano il target di copertura al 90%
A tracciare il bilancio sui dati 2023 dell’Osservatorio nazionale screening è la Fondazione Gimbe, secondo cui nell’anno considerato “milioni di cittadini non hanno ricevuto o, molto più spesso, ignorato l’invito a sottoporsi a uno screening oncologico gratuito, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno”. E «se da un lato - spiega il presidente Nino Cartabellotta - i dati dell’Osservatorio riferiti al 2023 mostrano il trend in crescita sia degli inviti che della copertura della popolazione, siamo ancora molto lontani dall’obiettivo fissato nel 2022 dal Condiglio Europeo: garantire entro il 2025 una copertura degli screening oncologici ad almeno il 90% della popolazione». Vero è che molte persone dichiarano di sottoporsi a controlli periodici per “iniziativa spontanea”, come rilevato dall’indagine Passi dell’Istituto superiore di sanità, ma per questi esami non esistono dati né sul tasso di identificazione dei tumori né sulla percentuale di positivi che poi si sottopongono a controlli più approfonditi, né verifiche standardizzate sulla qualità dei test. Quindi tutto quello che viene svolto privatamente si colloca in un’area grigia che non è valutabile.






