Questa donna, giovane, dice d’arrivare dall’Albania, dalla zona a nord, quella delle montagne, verso il Kosovo; siede dentro una macchina giapponese con le mani sul volante e guardandosi nello specchietto retrovisore; è una macchina nuova, scura, pulita, sembra appena lavata, parcheggiata all'immediato principio di una strada laterale che hanno trasformato in una discarica abusiva, su ogni spiazzo d'asfalto all'angolo con gli alberi hanno appoggiato scarti industriali e di cantieri edili, materassi, sacchi neri.
Lei anche, e sono già due donne in pochi metri, viene dall’Albania, è meno giovane, la sua è una macchina grigia e sporca di terra e di polvere, vecchia, la donna sta fuori dall’abitacolo, troppo caldo forse, quasi si sdraia mentre fuma su di una seggiola da campeggio nell’unico pezzo d’ombra garantito da cespugli selvatici.
Ed è così — un’albanese che ha una macchina come base — pure per una terza signora, che si pulisce le mani con l’Amuchina, sullo sfondo si allontana un camion col cassone pieno di roba appena tirata fuori da una cantina da sgomberare, alla guida un tizio in canottiera bianca, in cima al cumulo di oggetti c'è uno sgabello di legno rovesciato con le gambe in su.






