Il disegno di legge sull’intelligenza artificiale (AI), approvato in prima lettura dal Senato lo scorso 20 marzo, prosegue il suo percorso parlamentare: l’AI si potrà usare come strumento di supporto all’attività amministrativa «nel rispetto dell’autonomia e del potere decisionale della persona che resta l’unica responsabile dei provvedimenti e dei procedimenti in cui sia stata utilizzata». Se il ruolo di supporto dell’AI trova tutti d’accordo, è la seconda parte della disposizione a preoccupare: il responsabile del procedimento risponderà dell’uso della nuova tecnologia e delle conseguenze negative che potrebbero derivarne. Questa norma suona già come un de profundis, ipotecando sul nascere l’utilizzo dell’AI nella pubblica amministrazione. La paura della firma rallenta già molte procedure; se poi i funzionari pubblici devono rispondere anche delle conseguenze dell’uso dell’AI, si rischia di aumentare diffidenza e timori verso tecnologie moderne ma poco conosciute e di privarsi dell’incremento di efficienza che il loro utilizzo potrebbe assicurare al sistema pubblico.
Una «patente» per usare l’AI
Serve una certificazione per i funzionari pubblici che utilizzano l’intelligenza artificiale. Non si tratta solo di insegnare a usare le tecnologie emergenti, ma di fornire strumenti concettuali per comprenderne limiti e derive. Serve consapevolezza e visione sistemica






