Avaro di parole e prodigo di silenzi come sempre, Robert De Niro, 81 anni, ha fatto della ritrosia a parlare di sé una delle chiavi del successo dei tanti straordinari personaggi con cui gli spettatori lo hanno identificato: Vito Corleone, Jake La Motta, Travis Bickle, Al Capone e così via. Forse è anche per questo che l’incontro con JR davanti al pubblico del festival di Cannes, tra cui un attento Quentin Tarantino, il giorno dopo il tributo della Palma d’onore, è stato interessante: l’artista e fotografo francese ha infatti svelato le prime immagini di un documentario che sta girando su richiesta di De Niro stesso e in cui l’attore italoamericano ha aperto le porte dello studio dove il padre Robert Sr. dipingeva i suoi quadri. “Spero che permetterà ai miei figli e a tutti di vedere quali sono le mie origini. E non importa se io sarò ancora in giro quando il film uscirà”, ha detto. Le immagini mostrano De Niro che guarda dipingere suo figlio Elliott affetto da autismo (uno dei sette avuti da quattro compagne) e poi lui stesso trascinare un grande telo con l’immagine del padre, su cui poi si distende, quasi a cercare di recuperare un rapporto interrotto per la sua morte nel 1993. “Ho sempre temuto che ciò che facevo potesse farlo vergognare”, dice De Niro, che ha ammesso il senso di colpa per averne col proprio successo oscurato la carriera di pittore. “Mia madre, che era anche lei un’artista e ha smesso per dedicarsi a noi, tentava di raccontarmi storie della nostra famiglia quando ero ragazzo, ma ero interessato ad altro, ero sempre in giro, volevo fare l’attore e non l’ascoltavo. A 19 anni ho fatto un viaggio per rintracciare i miei parenti in Italia, qualcuno l’ho trovato, ma cerco ancora quelli più lontani. Poi invecchiando ho capito che errore è stato non trascorrere più tempo con i miei”.