I lustrini oltre l’ostacolo. Come ogni anno, l’Eurovision Song Contest è cominciato - la prima semifinale della 69ma edizione è andata in onda ieri sera su Rai 2, in diretta da Basilea - in un tourbillon di fiamme, balletti sincronizzati, trasparenze, scenografie apocalittiche, casse martellanti e drammi vocali. E come ogni anno, ci si ritrova anestetizzati davanti a uno spettacolo che, a un primo sguardo, sembra improbabile, esagerato, al limite della parodia.

Ma L’Eurovision non è nato per essere sofisticato: è nato per unire. E proprio nelle sue radici si trova il senso, e persino la poesia, di un evento che molti liquidano come kitsch, ma che è in realtà un rituale pop profondamente europeo, uno show che da quasi settant’anni regala una versione simbolica e surreale del continente. Quindi prima di giudicare testi e mise di scena; prima di storcere il naso di fronte alle rime in italiano maccheronico dell’estone Tommy Cash (Ciao bella, I’m Tommaso / Addicted to tobacco / Me like mi coffee very important – da quella perla di saggezza pop che è il brano Espresso macchiato); prima di sobbalzare sulla poltrona agli acuti degli azeri Mamagama; prima di alzare il sopracciglio alla vista dell’armatura finto-medievale del diciannovenne norvegese Kyle Alessandro; prima di criticare la techno fuori tempo massimo del belga Red Sebastian; prima di inorgoglirci di fronte alla pacatezza del nostro Lucio Corsi e canticchiare Tutta l’Italia con Gabry Ponte (in corsa per San Marino), proviamo ad andare alle radici.