Nella mitologia greca si racconta che Icaro nel tentativo di scappare dal labirinto di Creta dove era stato rinchiuso, osò volare troppo vicino al Sole con le ali che il padre Dedalo gli aveva attaccato al corpo con la cera. Il calore così sciolse la cera, facendo cadere Icaro in mare, dove morì. Un racconto che ha attraversato i secoli, associandosi a ogni ambito della vita, compreso quello sportivo. D’altronde, lo sport ha sempre avuto un legame stretto con il mito. Basti pensare alla Nike, la più importante multinazionale che produce calzature, abbigliamento e accessori sportivi, che prende il proprio nome dalla dea greca della vittoria.

Anche il tennis ha il suo personale repertorio. A Rafa Nadal è associabile la forza e la determinazione di Achille, a Novak Djokovic la voglia di dominio di Kratos, a Roger Federer semplicemente la parola “Dio”. Ma la racchetta ha anche il suo Icaro, il primo dei giocatori “umani”, quello che ha voluto spingersi oltre, ambendo a toccare il “divino” riservato ai sopracitati Big Three. L’Icaro in questione si chiama Andrew Barron Murray, detto Andy, cavaliere dell’Ordine Britannico, che ha detto addio al suo Wimbledon dopo la sconfitta nel doppio giocato con il fratello Jamie. Il preludio al saluto definitivo al tennis. “Mi piacerebbe continuare a giocare, ma fisicamente non posso. È troppo duro, tutti gli infortuni si sono sommati. Vorrei giocare per sempre. Mi ha dato così tanto, ho imparato un sacco di lezioni che porterò con me nel resto della mia vita”, ha detto in lacrime.