Ma qui comincia il problema vero. Che cosa bisogna conservare? E soprattutto: chi lo decide? È questo il punto più interessante del volume. Il conservatorismo non viene presentato come il partito dell’immobilità, ma come una possibile teoria del cambiamento. Non dice necessariamente «no» al nuovo: si domanda piuttosto se ogni novità sia davvero un progresso e quale sia il prezzo che una società paga quando rompe troppo rapidamente con ciò che l’ha preceduta