A quattro giorni dall’inizio del summit di Ankara, la Nato rischia di implodere a causa dei disaccordi su spese militari e guerra in Iran: per scongiurare tale scenario il Segretario generale, Mark Rutte, tenta di arginare le ferite aperte con una raffica di iniziative. Da qui l’importanza delle interviste pubblicate dal nostro giornale - oggi alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e ieri al ministro della Difesa, Guido Crosetto - perché alzano il velo su una delle vigilie di vertice più delicate nella storia dell’Alleanza. Le ferite nella Nato nascono da differenze tanto profonde quanto non più celate. Anzitutto, la richiesta della Casa Bianca di portare la spesa militare di tutti i suoi 31 partner almeno al 5% del Pil. Richiesta ribadita dalle rinnovate critiche del presidente Trump al governo Meloni, a fronte di resistenze e difficoltà da parte degli alleati. E, in secondo luogo, le pressioni di Washington per vedere una missione marittima della Nato negli Stretti di Hormuz in difesa della libertà di navigazione a fronte delle esitazioni di partner disposti a farlo solo all’indomani della conclusione formale del conflitto armato Usa-Iran iniziato lo scorso febbraio. Si tratta di uno scenario ad alto rischio per l’Alleanza perché, sulla carta, le posizioni appaiono assai distanti. Da qui l’offensiva di Rutte che, rivolgendosi al pubblico americano, ha prima ricordato che gli alleati hanno messo a disposizione le basi per le operazioni in Iran - pur all’interno dei limiti conseguenti alla mancata partecipazione al conflitto - e poi si è spinto fino a sottolineare l’alto numero di posti di lavoro americani frutto degli investimenti degli alleati nell’industria militare. In tale cornice, si spiega anche il passo del Canada di creare, assieme ad altri nove partner, la "Defence, Security and Resilience Bank" per destinare almeno 100 miliardi di dollari di investimenti alla necessità da parte delle "medie potenze" di sostenere una Nato dove l’impegno finanziario di Washington è destinato a calare. Il focus è così sui partner dell’Ue decisivi per la sorte della Nato e, in particolare, anche sull’Italia per il ruolo strategico che abbiamo nel cuore del "Mediterraneo allargato", il fronte Sud della Nato. Ecco perché quanto Roberta Metsola e Guido Crosetto hanno consegnato alle nostre pagine ha un valore particolare e descrive ciò che sta avvenendo. La presidente dell’Europarlamento afferma infatti che l’"Europa deve assumersi una maggiore responsabilità per la propria sicurezza" con un esplicito riferimento alle spese militari ed all’"Italia pilastro della base industriale della difesa comune" con una scelta di toni e termini in evidente sintonia con quanto affermato dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sulla necessità per l’Ue di "avere lo stomaco per combattere" accelerando il cammino suggerito anche da Mario Draghi, ex premier ed ex presidente della Bce, per poter consentire all’Ue di agire "come un solo Stato". La Metsola sprona l’Europa su questo sentiero perché percepisce che senza la determinazione necessaria il summit di Ankara rischia il fallimento, trascinando a fondo ciò resta della collaborazione strategica euroamericana vitale per la sicurezza collettiva. Ma non è tutto perché Guido Crosetto, nell’intervista che abbiamo letto ieri, ha fatto un passo in più offrendo la disponibilità del nostro Paese a partecipare ad una "nuova missione in Libano" di "peace enforcement" per sostituire l’Unifil, che scade a fine anno, e poter contribuire a "disarmare Hezbollah" come si propongono Washington, Beirut e Gerusalemme nelle intese che sono state di pace siglate pochi giorni fa al Dipartimento di Stato. “Una missione nel quadro Onu e con il consenso delle autorità libanesi per sequestrare depositi di armi illegali e impedirne la ricostituzione”. Ciò significa che, in attesa delle condizioni necessarie per la missione Nato a Hormuz, il ministro della Difesa apre a Washington su uno dei fronti più importanti per la stabilizzazione del Medio Oriente e l’allargamento degli Accordi di Abramo. Proprio come auspicato dalle monarchie del Golfo, guidate da Riad ed Abu Dhabi, che hanno spinto il Libano a siglare l’accordo di Washington a dispetto delle minacce di Teheran. Lo scenario disegnato dal ministro della Difesa non ha solo un valore strategico, per la collaborazione Ue-Usa in Medio Oriente, ma anche economico perché significa che l’Italia è disposta a partecipare agli oneri finanziari che una tale missione internazionale è destinata a comportare. Andando così incontro alla richiesta-chiave degli Usa sull’aumento delle spese militari. Insomma, tanto Metsola che Crosetto testimoniano la volontà di un’Europa che cerca di trasformare il summit di Ankara nell’occasione per rilanciare – e non affossare - l’Alleanza come strumento di garanzia di stabilità e sicurezza nel Mediterraneo. Sarà il vertice a dire quanto e come questa delicata scommessa sui legami Europa-Usa può essere vinta a dispetto delle divergenze, personali e politiche, che la maggioranza dei leader hanno con Donald Trump.

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