Ci sono più smarrimenti nelle autostrade che nei boschi, più nei parcheggi che in mare, più dentro i quartieri metropolitani che sulle montagne, più nei condomini che nello spazio. Soprattutto ci si perde nei luoghi costruiti per non perdersi dove forse anche Cartesio oggi si perderebbe: le case. Leggo il romanzo di Lia Piano, che è la figlia dell'architetto, sulla voglia di accasarsi e di rincasare, che è la maniera più sicura di naufragare nell'universo della parola casa ed è appunto "L'arte di perdersi” (Bompiani) casa per casa, con l'ossessione di trovare «la casa come me» che è un'identità italiana, la casa ironica e calda di Brancati, quella malinconica e disperata di Vittorini, la voglia di John Fante di tornare e coricarsi nudo «in una specie di avvallamento che aveva la forma del corpo di mia madre», casa dolce casa, aria di casa e odori di casa, la casa da dove non si può scappare, la casa che, sola, garantisce la vita dopo la morte.