La Cappella Bardi è considerata una sorta di testamento artistico di Giotto, che attorno al 1325 era artista ormai maturo e consacrato. Eppure nei primi decenni del ‘700 si pensò bene di scialbare, ossia ricoprire e intonacare di bianco, tutte le pareti di quello scrigno affrescato all’interno della Basilica di Santa Croce. Si dovrà aspettare il 1851 per riscoprire, col restauro di Gaetano Bianchi e il successivo l’intervento di Leonetto Tintori, il ciclo pittorico dedicato alla vita di San Francesco d’Assisi, commissionato dal ricco banchiere fiorentino Ridolfo de’ Bardi. I danni inferti al capolavoro con la rimozione delle imbiancature furono immensi, fra abrasioni, graffi e perdita della pellicola pittorica. Eppure, nonostante le ampie lacune rimaste sulle pareti, la straordinaria invenzione figurativa e spaziale di Giotto, l’intensità dei gesti e degli sguardi dei soggetti raffigurati, sono ancor oggi emozionati, vive e interpretabili.

Un contributo fondamentale per restituire una più chiara lettura della pittura giottesca all’interno della Cappella Bardi, arriva ora dall’imponente restauro appena concluso e durato quattro anni, grazie a un progetto di studio approfondito e al successivo intervento promosso dall’Opera di Santa Croce e realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure, sostenuto dal Ministero della Cultura attraverso il Fec (Fondo edifici del culto), la Fondazione CR Firenze, Arpai (Associazione per il Restauro del Patrimonio Artistico Italiano) e un gruppo di appassionati e generosi donatori privati, tra cui Veronica e Dominque Marzotto e William von Mueffling.