Quattro anni di lavoro per riportare alla luce non soltanto i dettagli e l'intensità espressiva di un capolavoro del Trecento, ma soprattutto il modo in cui Giotto ha rivoluzionato la concezione dello spazio nella pittura. Nella Cappella Bardi della basilica di Santa Croce a Firenze le Storie di San Francesco tornano visibili dopo un lungo intervento di studio e restauro che consente di leggere con maggiore chiarezza le pitture murali di Giotto, testo capitale del primo quarto del Trecento e punto di riferimento degli artisti successivi. La fine dei lavori coincide con un anno particolarmente significativo, quello dell'ottavo centenario del Transito di San Francesco, ma il restauro guarda anche oltre la ricorrenza, perché restituisce nuovi strumenti per interrogare la pittura di Giotto e il lavoro della sua bottega. La complessità del cantiere emerge infatti anche nelle differenze tecniche e stilistiche individuate durante le indagini. Che Giotto non fosse solo sul ponteggio in Santa Croce è noto, oggi però le diverse pennellate dei pittori che operavano con il suo coordinamento possono essere riconosciute con maggiore precisione. La Cappella Bardi appare così come un incubatore per le novità introdotte da Giotto che avrebbero poi segnato gli sviluppi artistici successivi. Una conferma è anche la capacità dell'artista di piegare le tecniche alle proprie necessità espressive e operative, lavorando su una base a fresco, ma facendo ampiamente uso di tecniche a secco, per poter contare su una più ampia gamma di pigmenti, variando così gli effetti cromatici e spaziali. L'immagine restituita permette di comprendere meglio l'invenzione figurativa e spaziale di Giotto, mantenendo al tempo stesso visibili le vicende alterne che hanno segnato il ciclo nel corso dei secoli. Durante la prima fase del restauro sono state consolidate le parti più fragili, ridotti pericolosi fenomeni di degrado, rimossi depositi e materiali alterati e sostituito molte delle vecchie stuccature sintetiche risalenti al precedente restauro con impasti più compatibili con gli intonaci originali. Durante la seconda fase si è proceduto alla definizione dell'immagine finale con la delicata integrazione delle lacune. Emerge cosi, in tutta la sua potenza, l'invenzione spaziale di Giotto. Le singole scene sono unite da una monumentale architettura dipinta che si sovrappone a quella reale della cappella e la trasforma idealmente in una sorta di grande ciborio. Dentro questa ossatura illusionistica le scene si svolgono prevalentemente all'interno di ambienti chiusi rappresentati frontalmente, come grandi scatole aperte verso lo spettatore. Il restauro ha inteso valorizzare questo aspetto, ricostruendo la continuità del dispositivo spaziale sovrapposto a quello reale, restituendo così immediata leggibilità a un elemento cruciale della rivoluzione pittorica dell'artista. Per la prima volta, inoltre, tutti questi elementi sono stati oggetto di una mappatura digitale.