ROMA – Ogni settimana l’Iran impicca, senza giusto processo, manifestanti e dissidenti politici in un attacco incessante al diritto alla vita, denunciano Human Rights Watch (HRW) e l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights. Cinquantananove sono quelle ammazzate tra metà marzo e fine agosto sulla base di accuse vaghe, legate alla sicurezza nazionale, al termine di udienze lampo. Tra queste ci sono moltissimi ragazzi e ragazze, alcuni poco più che adolescenti, scesi in piazza nelle manifestazioni di fine 2025 e altri uccisi per aver protestato nell’ambito della campagna “Donna, Vita, Libertà” del 2022. “Il messaggio delle autorità è chiaro: le proteste riceveranno una risposta brutale, sia attraverso i proiettili per le strade sia tramite esecuzioni pubbliche a seguito di processi farsa”, spiega Bahar Saba, ricercatrice di HRW.
I casi denunciati da HRW. Saleh Mohammadi, diciannove anni, campione di lotta, è stato giustiziato cinque settimane dopo l’arresto; Amir Hossein Hatami, diciottenne, ottantaquattro giorni dopo. Sasan Azadvar Jonaqani, ventuno anni, è stato arrestato, condannato e ammazzato in meno di quattro mesi per atti quali il presunto danneggiamento, a colpi di pietra e manganello, dei finestrini di un auto della polizia. In sedici dei ventinove casi analizzati dalle organizzazioni, le accuse capitali non riguardavano l’omicidio, che è l’unico reato per il quale il diritto internazionale dei diritti umani consente l'applicazione della pena capitale. Per il diritto internazionale infatti la pena di morte costituisce un'eccezione giuridica e può essere applicata, laddove è prevista, solo per i reati più gravi. Altri giovani manifestanti sono stati impiccati con l'accusa di aver incendiato edifici e veicoli, di aver fabbricato e utilizzato bombe Molotov e di aver assaltato i palazzi governativi. In almeno dieci episodi lo Stato ha ipotizzato un coinvolgimento degli imputati in omicidi o incidenti mortali, senza tuttavia incriminarli per questi reati. Le condanne sono state tutte pronunciate sulla base di reati dalle formulazioni vaghe come “muovere guerra a Dio” o di “azione operativa per conto di Stati ostili”, una fattispecie giuridica introdotta nel 2025 che prevede la pena capitale.








