HomeArezzoCronacaDalla trincea all’illusione dei fasci. Mario: incubo immerso nelle guerreSopravvive ai due conflitti mondiali e nel mezzo si innamora del movimento che traccia le radici del Ventennio "Mi attrae anche se resisto a legarmi con una tessera". La morte della moglie, i timori di rappresaglie.La vicenda di Barbieri tra l’orrore della guerra e un’idea di fascismoRicevi le notizie de La Nazione su GoogleSeguiciIl 7 dicembre 1917, sull’altopiano di Asiago, non è rimasto quasi nulla in piedi. Un artigliere di vent’anni annota quella sera nel diario: "Guardo attorno a me, alberi sradicati o spezzati, buche di granata, sassi, terra sconvolta, proiettili inesplosi, tavole bruciate". Poi si chiede, con la lucidità spaventata di chi è appena sopravvissuto: "... come mai siamo ancora vivi e se la mia batteria esiste ancora".

Si chiama Mario Barbieri, è nato a Padova nel 1897 e, non lo sa ancora, ma quella stessa domanda tornerà a bussare alla sua porta, venticinque anni più tardi, in un’altra guerra mondiale. Un mese prima l’aveva scritta con altre parole, davanti al crollo di un intero esercito: "Qual è lo stato d’animo mio in questi terribili giorni della nostra storia mentre tutto crolla intorno a noi e l’Italia battuta sta per cadere nel fango? Non lo so pienamente analizzare perché sono convolto e come istupidito". È Caporetto. Barbieri l’attraversa, sopravvive, arriva fino a Vittorio Veneto, ma la vittoria non lo ripara: lo restituisce alla vita civile spaesato, incapace di riconoscersi: "Sono disorientato, inquieto, incapace di star fermo... Non immaginavo che il ritorno dalla vita militare e dalla guerra fosse così difficile".