La pasta ha conquistato il mondo e parte ancora da Gragnano. Ci sono poche cose italiane che il mondo ha adottato senza bisogno di traduzione: una è la pasta. L’altra è l’idea che, quando qualcosa funziona davvero, prima o poi qualcuno proverà a copiarla. È il destino delle cose che diventano grandi: escono dai confini, entrano nelle abitudini di milioni di persone e, nello stesso momento, rischiano di perdere il proprio accento. A Gragnano questa contraddizione la conoscono bene. Dall’11 al 13 settembre torna “Gragnano Città della Pasta”, un appuntamento che può essere letto non soltanto come una celebrazione di un prodotto, ma come una domanda aperta sul rapporto fra origine e successo. Perché la pasta è partita dall’Italia ed è diventata universale senza smettere di essere riconoscibile come italiana. È entrata nelle cucine di Paesi lontanissimi, si è adattata a gusti e ingredienti diversi, ha cambiato ricette, formati e abitudini. A Gragnano la pasta non è soltanto un alimento, è una storia produttiva che si è sedimentata nel tempo: acqua, grano, essiccazione, lavoro, conoscenze tramandate, imprese. Un sistema nel quale il luogo non è un dettaglio decorativo, ma una parte del prodotto. Nel 2025 la Pasta di Gragnano IGP ha superato le 110 mila tonnellate prodotte, con oltre la metà destinata ai mercati esteri. È un comparto che produce, vende e soprattutto esporta. Ma proprio quando l’economia cresce, aumenta anche la necessità di difendere il nome. Le aspettative di sviluppo degli imprenditori dei pastifici si rivolgono al Medio Oriente soprattutto Emirati Arabi Uniti e Cina. E proprio lì si concentra un rischio: l’Italian sounding. Non è la contraffazione più facile da riconoscere, e quella che prende in prestito l’immagine italiana senza necessariamente averne la sostanza. Un nome che suona italiano, un tricolore, un paesaggio mediterraneo, una confezione studiata per evocare un’origine che invece non c’è. Il problema è che la pasta italiana piace abbastanza da essere imitata. La Pasta di Gragnano IGP nasce anche per questo: dare un perimetro, fissare regole, proteggere un nome e una provenienza. La sua storia è precedente al riconoscimento ufficiale del 2013. La manifestazione “Gragnano Città della Pasta” esisteva già prima della denominazione IGP, quindi l’identità non è arrivata con un timbro, nessuna certificazione può inventare il rapporto fra una comunità e ciò che produce. Un marchio può certificare l’origine non può inventare un’identità. È qui che il tema diventa più grande di un piatto di spaghetti! Perché il Made in Italy vive da anni una strana contraddizione: più è desiderato e più è esposto alla contraffazione. Da questo punto di vista, anche il francobollo dedicato alla Pasta di Gragnano Igp, inserito nella serie tematica “Le eccellenze del patrimonio culturale italiano”, assume un significato che va oltre la filatelia. Realizzato con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e Poste Italiane, verrà presentato alla presenza del sindaco di Gragnano Aniello D’Auria e del presidente del Consorzio della Pasta di Gragnano IGP, Massimo Menna. Il francobollo contiene una piccola metafora: nasce in un luogo preciso e poi viaggia e porta con sé un nome, un’immagine, una storia proprio come la pasta. La differenza e che questo non rischia di essere confuso con una copia, ma la pasta sì. Anche la cultura, conosce lo stesso problema. Il Premio Culturale “Gragnano Città della Pasta 2026” quest’anno va a Lina Sastri. La Sastri ha portato Napoli sui palcoscenici italiani e internazionali senza trasformare le proprie origini in un semplice marchio di fabbrica. Ha fatto viaggiare una cultura senza renderla anonima, mantenendo riconoscibile il legame con la città e con una storia personale e artistica profondamente napoletana. Pasta e cultura seguono la stessa traiettoria: radici solide, capacità di attraversare i confini, identità che non si diluisce. E c’è un altro passaggio: il Consorzio della Pasta di Gragnano IGP ha assegnato, attraverso Fondazione Intercultura, una borsa di studio alla studentessa Victoria I. Ella trascorrerà un semestre in Brasile, frequentando una scuola del posto e confrontandosi con una realtà completamente diversa dalla propria. Un territorio forte non ha bisogno di costruire muri intorno a ciò che considera proprio, puó aprirsi e mandare i propri giovani lontano, per accogliere il confronto con nuove esperienze per modificare la visione senza cancellare la provenienza. In fondo è quello che ha fatto la pasta. Ha lasciato Gragnano, Napoli, l’Italia. Ha attraversato confini e continenti, fino a diventare parte delle cucine di altri Paesi, è stata reinterpretata, modificata, adattata. È diventa globale ed è necessario dire da dove viene e difenderla nella sua identità. Perché nella globalizzazione il rischio non è soltanto che si copi un prodotto ma che a forza di copiare diventi difficile distinguere l’originale dal falso. Gragnano ha dunque una responsabilità che va oltre la propria produzione ed è di difendere il proprio nome oltre che difendere l’idea che l’origine abbia ancora un valore. Divulgare che dietro una pasta ci possa essere un luogo dei valori, una comunità, un sapere, una storia. La pasta ha già conquistato il mondo, adesso necessita che nel mondo chi la mangia, non si perda la differenza tra ciò che sembra italiano e ciò che dall’Italia proviene davvero. Il mondo può mangiare pasta italiana, ma deve ancora sapere perché quella di Gragnano è Gragnano.