Gli ultimi due grandi romanzi americani del secolo scorso inseguono la traiettoria di una pallina. Quella da tennis di Infinite Jest (Einaudi stile libero, traduzione di Edoardo Nesi) torna sempre indietro, in un tempo dilatato, senza fine, replicabile. Le sue geometrie sono variabili ma nello spazio prestabilito del rettangolo di gioco. Quella da baseball in Underworld (Einaudi, traduzione di Delfina Vezzoli) viene invece colpita una volta sola, mandata fuori campo e, da lì, vista attraversare la Storia.

Sono all’apparenza forme di movimento diametralmente opposte: l’una è fondata sulla ripetizione, l’altra sulla progressione. Ma con una risonanza fortissima, per quel che di profondamente infantile c’è nell’immagine della pallina che rimbalza tra queste due opere ciclopiche. La grandezza, si sa, cova sempre in sé qualcosa di piccolo, puerile.

Il romanzo nell’era di ChatGpt

scrittore

Non sarà tutto “extraordinarily sad”, come lo stesso David Foster Wallace aveva detto a proposito del suo romanzo, ma giocosamente disturbante sì, e questo vale tanto per il libro quanto per la totalità americana che vi veniva trasfigurata. Era uscito nel 1996, esattamente trent’anni fa, alla vigilia della pubblicazione dell’altro grande totem della letteratura americana di fine secolo (Underworld di DeLillo è del 1997).