Il romanzo Infinite jest di David Foster Wallace, che nel 2026 compie trent’anni, è la parabola perfetta di cosa sia la lettura ai tempi di internet. Questo vale per il romanzo in sé, ma ancora di più per la sua vita online: è difficile pensare a un’opera di narrativa che appartenga a internet più di Infinite jest. È uscito nei primissimi anni del web e, ancora nel 1998, Wallace dichiarava di non aver mai usato la rete. Eppure è una figura centrale della cultura di internet, in particolare di quella letteraria, una speciale costellazione di libri e autori citati, condivisi, trasformati in meme, attaccati e semplicemente discussi senza sosta. È oggetto di un costante dibattito online almeno dagli anni dieci del duemila, rilanciato nel 2015 dal film The end of the tour – Un viaggio con David Foster Wallace, con Jason Segel nel ruolo dello scrittore. In questo periodo, il dibattito pubblico su Wallace (spesso indicato solo con le iniziali) si è cristallizzato in due figure contrapposte: da un lato il “litbro”, il lettore maschio alfa, presuntuoso e compiaciuto, che ama DFW; dall’altro la sua controfigura mitizzata, la hipster femminista che odia DFW e i suoi fan.

Nella discussione online e di persona, anche se soprattutto online, Infinite jest è diventato un parafulmine simbolico per i dibattiti di genere sulla lettura. Dovremmo leggere le opere di uomini problematici e/o le opere amate da uomini problematici? Di questi tempi il pendolo si è spostato verso il sì. Diversi autori hanno proposto difese convincenti del libro, insieme a prese di posizione appassionate a favore dei cosiddetti litbro o a richieste di ulteriori chiarimenti su questa categoria di lettori. Se può interessare, a me il romanzo piace, ma nessuna di queste controargomentazioni si sofferma abbastanza sulla popolarità di Infinite jest in alcuni degli angoli più oscuri del web, frequentati da troll misogini e dall’estrema destra.