Niente domiciliari, come chiesto dalla difesa. Valter Lavitola resta in carcere. Per l’ex editore e faccendiere – che ha confessato, dopo essere stato arrestato, di essere il mandante dell’attentato davanti l’abitazione di Sigfrido Ranucci – i giudici del Riesame hanno confermato anche l’aggravante del metodo mafioso.
Lavitola, nel corso dell’udienza di lunedì scorso, ha reso dichiarazioni spontanee, affermando che con Ranucci “c’era un grande rapporto di amicizia” e sperava “che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me“. Si è nuovamente assunto “tutte le responsabilità” come mandante dell’attentato e per l’incarico affidato a Gomes Tavares, ma ha preso le distanze dalla decisione di utilizzare una bomba spiegando che quell’idea è stata di quest’ultimo, al quale aveva dato “un mandato in bianco, specificando che non doveva fare male a nessuno”. Nell’istanza i difensori di Lavitola, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, avevano chiesto per il loro assistito i domiciliari in una casa in Basilicata. Richiesta respinta dal Riesame.
Intanto Ranucci, rimosso dalla condizione di Report, continua a girare l’Italia per presentare il suo ultimo libro “Il ritorno della casta”. E alla festa di Avs nega di volere fare politica: “Non mi candido, a Report do più fastidio”. Ieri su Facebook il giornalista ha sottolineato che “non esiste alcuna chat segreta tra la mia collaboratrice e Natalia, la moglie di Lavitola. È stata mandata un’ordinanza già pubblica, su mia richiesta, e di sua spontanea iniziativa, un semplice messaggio di cortesia per sapere come stava. Punto, null’altro”, ha scritto Sigfrido Ranucci. “Provo una gran pena a vedere grandi e nobili giornali farsi dettare l’agenda, per altro piena di falsità, dai giornali di Angelucci”. La “più grande campagna di fango della storia”, la definisce Ranucci “finalizzata a rimuovermi da Report, colpire me, la mia famiglia e le persone a me vicine”.










