Al Long Museum di Shanghai, Wallace Chan ha messo in scena una delle più spettacolari vertigini della materia. Le sue sculture hanno dimensioni da architettura (dai 7 ai 10 metri). Eppure, avvicinandosi, costringono il nostro sguardo alla distanza ravvicinata del gioielliere. Siamo alla mostra “Vessels of other worlds”, a cura di James Putnam, visitabile fino al 25 ottobre, con opere che da lontano sembrano creature cosmiche o reperti provenienti da una civiltà sconosciuta. Nato a Hong Kong e autodidatta, Chan ha cominciato a lavorare le pietre preziose a 16 anni. La sua storia di orafo accompagna ogni cosa che fa e anche quando la scala diventa smisurata, il principio resta quello della miniatura. Il titanio viene tagliato, lavorato e assemblato in migliaia di elementi, l’ossidiana porta dentro la scultura e la profondità nera della pietra vulcanica, ametiste, quarzi, giade, cristalli e altre pietre entrano nella superficie come frammenti di un alfabeto minerale. La sua tecnica, la “Wallace cut”, produce un effetto ipnotico. L’artista incide e sovrappone differenti strati di pietra creando immagini che cambiano secondo la posizione di chi guarda. Il volto appare, scompare e si moltiplica. Le sue sculture chiedono al visitatore di muoversi come davanti a una vetrina di pietre preziose, solo che qui la vetrina è grande quanto una casa. Fuori dal Long Museum, Shanghai continua a offrire variazioni sul tema della stranezza. Troviamo conferma alla Fosun Foundation, nel cuore del Bund, dove il palazzo stesso sembra avere un senso dell’umorismo. Progettato da Foster + Partners con Heatherwick Studio, si distingue perché il suo involucro di tubi metallici verticali è composto da tre strati mobili che si sovrappongono. Ogni ora la facciata si muove e il grande edificio cambia espressione, come una gigantesca fisarmonica di metallo. Per qualche minuto l’architettura sembra mettersi in ordine e poi scomporsi di nuovo. Dentro, una mostra dedicata a un decennio di “Sustainable Development Goals” porta l'immaginazione più lontano. Gli oggetti esposti sembrano usciti da un laboratorio che avesse deciso di sostituire il catalogo dei materiali con il frigorifero e il compostaggio. In teche ordinate, troviamo sneakers ottenute dalle foglie delle pannocchie, elmetti da lavoro prodotti con gusci di capesante, ceramiche realizzate a partire dai gusci delle uova. La sostenibilità in quegli spazi, dalle cui terrazze si gode una vista sulla Oriental Pearl Tower, assume la forma di una collezione di stranezze domestiche diventate tecnologia. Alla Fondazione Prada, troviamo invece tazze e vassoi appesi alle pareti del ristorante come una composizione decorativa. Un oggetto destinato alla tavola diventa elemento scenografico, una di quelle idee semplicissime che fanno venire voglia di tornare a casa e svuotare una credenza sul muro. Poi c’è Tianzi Fang, il labirinto di vicoli dove Shanghai sembra divertirsi a mettere tutto nello stesso fotogramma: bancarelle di street food, grilli fritti, botteghe e centri estetici dove il tempo assume una nuova unità di misura. Trattamenti al viso, iniezioni vitaminiche e ritocchi estetici vengono fatti con la rapidità con cui si prepara un caffè.