Ogni anno oltre 115 milioni di chili di rifiuti elettronici finiscono in Italia nella raccolta indifferenziata invece che nei canali dedicati. E insieme a loro si perdono anche circa 7 milioni di chili di batterie: una vera e propria “montagna” di litio che, anziché essere recuperata, viene smaltita impropriamente. Sono quantità tutt’altro che trascurabili, tanto che riuscire a intercettarle permetterebbe di portare il tasso di raccolta dei piccoli Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) dall’attuale 17% al 37% e quello delle batterie portatili dal 25% al 52%. È da qui che parte lo studio “Soluzioni per la rimozione di Rifiuti di Batterie e piccoli RAEE dai Rifiuti Indifferenziati: tecnologie, costi e driver”, realizzato da Erion Energy, Erion WEEE e dal Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano e presentato oggi pomeriggio, martedì 9 settembre, al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano. Una ricerca che prova a rispondere a una domanda molto concreta: cosa succederebbe se quella quota di rifiuti che oggi sfugge alla raccolta dedicata potesse essere recuperata direttamente negli impianti che trattano l’indifferenziato? La risposta, almeno sul piano tecnologico, è incoraggiante. Lo studio ha infatti preso come caso di riferimento l’impianto di Ecologia Viterbo, uno degli attori più importanti in Italia per il trattamento dei rifiuti urbani residui, simulando l’integrazione di diverse soluzioni per identificare e separare automaticamente batterie e piccoli rifiuti elettronici. «La soluzione - spiega Marcello Colledani, Professore del Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano - combina sensori basati su tecnologia a raggi X e ottici, intelligenza artificiale e sistemi robotizzati, aprendo la strada a un’applicazione industriale più efficiente, sostenibile e avanzata nel recupero delle batterie». Una combinazione di tecnologie che, in prospettiva, potrebbe consentire agli impianti di riconoscere e isolare quei rifiuti che oggi finiscono nel flusso dell’indifferenziato. Il tema non è soltanto quello delle materie prime che si potrebbero recuperare. Intercettare batterie e piccoli RAEE prima che arrivino alle fasi finali del trattamento significa anche aumentare la sicurezza degli impianti, visto che le batterie al litio possono provocare principi di incendio durante le operazioni di trattamento. E, soprattutto, significa avvicinare l’Italia agli obiettivi fissati dall’Unione europea, oggi ancora lontani: il 65% per la raccolta dei piccoli rifiuti elettronici e il 45% per quella delle batterie portatili esauste. Il passaggio dalla possibilità alla realtà, però, ha un costo. Secondo lo studio, installare queste tecnologie richiederebbe tra 1,5 e 2,9 milioni di euro per ciascun impianto. Considerando i principali 60 impianti di Trattamento Meccanico-Biologico presenti sul territorio nazionale, l’investimento complessivo sarebbe compreso tra 65 e 114 milioni di euro. Una cifra rilevante, ma tutto sommato contenuta se rapportata alla dimensione economica complessiva del settore dei rifiuti urbani. Il problema, però, è che questo investimento non si ripaga da solo. Secondo la ricerca, i ricavi generati dall’intercettazione di batterie e piccoli RAEE non sarebbero sufficienti a coprire autonomamente l’ammortamento delle tecnologie, rendendo l’intervento non profittevole di per sé nell’attuale quadro tariffario della gestione dei rifiuti urbani. È qui, dunque, che la questione tecnica diventa una scelta di politica industriale e ambientale. Lo studio individua due possibili strade. La prima passa dagli incentivi pubblici diretti, che potrebbero favorire l’installazione delle nuove tecnologie. La seconda, considerata ancora più efficace, consiste nell’introdurre un obbligo normativo per prevedere l’intercettazione di batterie esauste e piccoli rifiuti elettronici in tutti gli impianti di Trattamento Meccanico-Biologico. In questo modo, il costo dell’investimento potrebbe essere progressivamente incorporato nei piani economico-finanziari degli impianti e nelle gare per l’affidamento del servizio. Una soluzione che, secondo la ricerca, permetterebbe di creare condizioni omogenee tra gli operatori, evitare distorsioni competitive e favorire una diffusione capillare delle tecnologie sul territorio nazionale. «Il “libero mercato” da solo non va nella direzione giusta - spiega infatti Giorgio Arienti, Direttore Generale di Erion WEEE -. Strumenti normativi adeguati possono consentire al Paese di fare importanti passi in avanti nel riciclo delle materie prime critiche» Ma c’è un punto che viene prima di qualsiasi tecnologia e di qualsiasi intervento sugli impianti: la raccolta. Perché anche il sistema più sofisticato rischia di intervenire soltanto a valle di un problema che si potrebbe evitare all’origine. «Le tecnologie oggi disponibili rendono possibile l’intercettazione di una parte non trascurabile di rifiuti di batterie e piccoli rifiuti RAEE - commenta Laura Castelli, Direttore Generale di Erion Energy -, questi sistemi devono essere considerati una soluzione complementare e non sostitutiva della raccolta dedicata. La priorità resta promuovere comportamenti corretti da parte dei cittadini e rendere sempre più capillari e accessibili i punti di raccolta». Perché il recupero tecnologico può ridurre ciò che finisce nell’indifferenziato, ma la vera svolta, ancora prima degli impianti, passa da ciò che cittadini e imprese scelgono di fare con un rifiuto nel momento in cui decidono dove gettarlo.