di
Gaia Piccardi
Con Alcaraz non al top e Jannik alle prese con l'infortunio, Ben Shelton può diventare il primo americano a vincere l'Us Open dopo Roddick (2003)
DALLA NOSTRA INVIATANEW YORK La follia legalizzata di una partita di tennis finita alle 3.33 del mattino, quando anche l’ultimo spettacolo di Broadway ha chiuso i battenti da ore, verrà ricordata come l’esplosione della supernova Ben Shelton, la stella che gli Usa aspettavano da vent’anni. Alcaraz è battuto in cinque set che hanno consegnato al torneo più highlights di tutti gli altri match messi insieme, l’Open Usa si è infiammato in una notte che sarebbe dovuta cominciare prima, certamente, ma Espn ha deciso che il prime time degli americani della East Coast dovesse avere il menù più pregiato e, nonostante l’indignazione dell’opinione pubblica le, cose non cambieranno: chi paga (2,04 miliardi di dollari fino al 2037) pretende, come in quel vecchio film del commendator Zampetti.
In questo, di film, l’impero colpisce ancora e porta due americani nella semifinale di domani, Shelton contro Tiafoe. A fare le spese del talento da decatleta di Ben figlio di Bryan — vista da fuori la relazione padre-figlio più sana del circuito Atp — è il bambino magico di Murcia, che si è gettato nella sfida come se i 139 giorni di stop agonistico per infortunio non fossero mai esistiti, salvo ritrovarsi in panne di energia e automatismi negli snodi decisivi della partita, rimasta di altissimo livello anche quando Alcaraz, dopo essersi annesso 7-6 il primo set con il riflesso pavloviano del predestinato, si è defilato dall’agone (il secondo e terzo sono volati via 6-1, 6-3). Alla fine, pagato pegno a un fisiologico calo nel quarto e sbranato surfando sul tifo dell’Arthur Ashe il quinto al super tie break (10-7), Shelton è stato superiore ad Alcaraz in tutto — punti vinti con la prima 70%, errori gratuiti (35 contro 53) e punti vinti in risposta (38%), una delle chiavi della vittoria —, tranne nelle magie che solo Carlitos, oltre al mago Silvan, è in grado di produrre. È stato male, ha vomitato, è caduto, si è rialzato. Eppure non una sillaba di lamentela è uscita dalla bocca del campione spodestato per un margine di cinque punti (169 a 164) nell’arco di 4 ore e 28 minuti: «Me ne vado contento, con il sorriso e senza infortuni: all’Open Usa non chiedevo nulla di più».












