LIDO DI VENEZIA - Fratello minore e meno famoso di Ben, Casey Affleck ha comunque un rispettabile curriculum attoriale, mentre "Company", passato ieri in Concorso, è il suo terzo lungometraggio dopo "Joaquin Phoenix Io sono qui!" e "Light of my life", del 2019. Il suo western parla di donne misteriose, di storie che si contengono una dentro l'altra, attraverso gli anni, parlando anche di rabbia, vendetta, paesaggi maestosi innevati, svolte sorprendenti. Un racconto di racconti insomma. Casey lo spiega in questo modo: «Le storie contengono individui, le loro identità, in questo caso anche generazioni. Il folklore del film è metaforico, che però parla anche di noi, attraverso il tempo, trovando una congiunzione tra mondo umano e sovrannaturale. Questo è un aspetto che mi ha sempre affascinato, come quando ho visitato la Transilvania, il suo habitat gotico e non potendo girare un film lì, ho cercato di portare le atmosfere nel nostro ambiente bucolico».
Attraversando il tempo, si pone sempre il problema di ciò che si racconta e che cambia: «Sì, ma non so se questo sia un film politico. Non ne sono sicuro. Certo siamo presenti al mondo che ci circonda, a quello che sta accadendo, cosa facciamo, come ci comportiamo, perché ogni giorno ci sono ferite, dolore, ingiustizie. E qui il film vive nel tempo, come accade ai vampiri. Vorrei che i film non vivessero tutti per sempre, almeno quelli che ho fatto, che non mi piacciono e che vorrei scordare». Invece gli anni passano lasciando un segno. Casey è da 10 anni che non tornava a Venezia e anche qui sono passate diverse storie nel frattempo: «Oggi ho 51 anni, i miei figli sono cresciuti, sono venuti anche sul set a dare una mano, ma non volevo che partecipassero troppo. Abbiamo avuto il Covid, io anche il divorzio e un milione di altre cose. Se siamo onesti con noi stessi dobbiamo riconoscere la nostra vulnerabilità». Non è stato un anno fortunato. I due genitori sono mancati entrambi e anche uno degli attori, Ben Mendelsohn, è dovuto rientrare in America, per il padre malato: «È stata molto dura ed è per questo che il film è dedicato a loro. Credo che il film a loro sarebbe piaciuto, come a me sarebbe piaciuto farglielo vedere». L'ispirazione Come le storie di questo film che si rubano qualcosa una dall'altra, anche il cinema da regista di Casey Affleck attinge qualcosa dagli altri: «Beh certo amo molto il lavoro di molti miei colleghi, credo che da tutti si possa imparare. Certo per me è sempre speciale quello che fa mio fratello Ben. Credo sia naturale». Presenti a Venezia, oltre al regista, tra gli altri anche Caylee Cowan, produttrice, attrice e compagna di Casey, Scoot Mc Nairy. La prima spiega le ragioni che l'hanno portata a questo film: «I traumi generazionali mi hanno sempre colpito. Ha un po' l'effetto di tutte le bambole russe. Tutte le storie sono sempre iniziate attorno al fuoco, un bel modo per raccontare il dolore e far sì che questo non continui ad affliggere le persone». Ma la vera star attoriale è Nick Nolte, visibilmente sofferente da tempo: «Non si sa mai se si riesce a fare sul set quello che si vorrebbe e un bravo regista come Casey ne è consapevole. Ti incoraggia, ti sprona. All'inizio di questo film ero scettico. Vivevo in una sorta di depandance, avevo tempo a disposizione per concentrarmi sulle storie. La cosa principale è stata sempre ascoltare Casey». Lo smentisce benevolmente lo stesso regista: «In realtà non è servito spronarlo. La sua carriera parla da sola. Per noi tutti è stato un onore lavorare con lui».










