ROMA – Mentre l’UNICEF ci dice che 93 milioni di bambini nel mondo non frequentano la scuola a causa dei 65 conflitti armati in corso. E’ il numero più alto di guerre mai registrato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Gli attacchi alle strutture scolastiche sono stati oltre 15.000, con la conseguenza che oltre il 90% dei bambini nei Paesi colpiti dove si bombarda e si sparano missili non è in grado di leggere un testo semplice all’età di 10 anni.

I dati desolanti dei Paesi ricchi, con l’Italia che fa eccezione. Ecco, mentre tutto questo accade, le prestazioni complessive di studenti dei Paesi OCSE PISA sono calate, registrando i livelli medi più bassi mai osservati in scienze, lettura e matematica, secondo un test che ha riguardato oltre 760.000 studenti di 91 che rappresenterebbero più o meno 33 milioni di quindicenni in tutto il mondo. In tutto ciò, la scuola italiana si è mostrata più solida a livello europeo – ha sottolineato il titolare dell’istruzione, Valditara – “in un contesto complesso, che ha visto arretrare in modo preoccupante diversi Paesi, il nostro sistema scolastico ha saputo lavorare sulle criticità, riuscendo a ridurre i divari storici tra Nord e Sud”.

Le conseguenze della scuola che non c’è: matrimoni precoci, sfruttamento, bambini-soldato. L’istruzione nel suo complesso è stata cronicamente trascurata nei finanziamenti umanitari, anche molto prima dei tagli agli aiuti. Nel 2025, i donatori hanno fornito solo il 24,3% dei fondi totali necessari per l’istruzione, rendendola uno dei settori più sottofinanziati. Il costo dell’inazione è devastante: ogni mese in cui un bambino non frequenta la scuola aumenta il rischio di abbandono scolastico definitivo, matrimoni precoci, sfruttamento, reclutamento da parte di gruppi armati e povertà a lungo termine. L’istruzione, dunque, non è solo un diritto fondamentale; è un intervento che salva vite, cambia le vite, protegge e ridona speranza e costruisce società resilienti e pacifiche.