L’ultimo caso di cronaca di femminicidio noto in Italia è quello di Lorena Isceri, una donna di 45 anni uccisa dall’ex compagno Federico Vella, il quale si è poi suicidato. In Italia, nel 2024, sono state 116 le donne vittime di omicidio: 106 sono considerate presunte vittime di femminicidio. Di queste, 62 sono state uccise dal partner o dall’ex partner e 37 da un altro familiare (Istat, Le vittime di omicidio – Anno 2024). Ma la violenza non comincia con un omicidio. Sono circa 6,4 milioni le donne tra i 16 e i 75 anni che hanno subito, nel corso della vita, violenza fisica o sessuale (Istat, La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia – Primi risultati 2025).
Il fenomeno assume dimensioni ancora più drammatiche se guardiamo al mondo: nel 2024 circa 50.000 donne e ragazze sono state uccise da partner o familiari, 137 ogni giorno, una ogni dieci minuti. Si tratta di circa il 60% di tutti gli omicidi intenzionali di donne, mentre per gli uomini la quota degli omicidi commessi da partner o familiari è di circa l’11% (UN Women/UNODC, Femicides in 2024).
Ma c’è una domanda che dobbiamo porci: quale cultura prepara, accompagna o rende possibile questa violenza?
Ci sono frasi che circolano ancora tra le donne, nelle quali si afferma: «Queste persone è meglio tenerle buone, non farle irritare, trattarle con attenzione». Ovvero, molte donne si difendono da sole, pensando che sottostare in silenzio, o comunque fingere che il fenomeno non esista, sia una soluzione possibile. Finché la pretesa dell’uomo aumenta e diventa ingestibile: il controllo, la violenza economica, il ricatto, la minaccia di distruggere la vita della vittima, alla quale lei crede, perché ormai è dentro un circolo vizioso che l’ha già depotenziata e le ha tolto l’autonomia e la percezione della propria sicurezza.







