Tre nuovi studi presentati al congresso 2026 della European Respiratory Society mostrano che il primo contatto con la nicotina avviene sempre più spesso in adolescenza e attraverso prodotti diversi dalle sigarette tradizionali. Un’esposizione precoce che, secondo la letteratura scientifica, può aumentare il rischio di un uso persistente nel tempo

Le sigarette stanno perdendo terreno. Un’abitudine che per decenni ha attraversato generazioni, luoghi di lavoro, case e spazi pubblici occupa oggi una porzione sempre più piccola della vita quotidiana. A dirlo sono anche i numeri: secondo le stime più recenti dell’Organizzazione mondiale della sanità nel 2024 il consumo di tabacco riguardava circa un adulto su cinque nel mondo, contro uno su tre all’inizio degli anni Duemila. In termini assoluti, le persone che ne fanno uso sono scese da circa 1,38 miliardi nel 2000 a 1,2 miliardi, mentre la prevalenza globale del fumo si è ridotta fino a poco più del 16 per cento. È il risultato di anni di prevenzione, restrizioni, aumento dei prezzi e di una consapevolezza ormai molto più diffusa dei danni provocati dal fumo: accendere una sigaretta è progressivamente diventato meno normale, meno socialmente accettato e, per una parte crescente della popolazione, meno desiderabile. Un cambiamento profondo, che rappresenta senza dubbio una buona notizia per la salute pubblica. Ma proprio mentre il numero dei fumatori continua a scendere, tre nuovi studi presentati al congresso 2026 della European Respiratory Society suggeriscono che osservare soltanto le sigarette rischia ormai di raccontare una storia incompleta.