Marco Casamonti, buona parte della popolazione catanese non ha idea di come fosse la città prima dello sventramento di San Berillo. A lei, che viene da Firenze, che effetto hanno fatto le fosse quando le ha viste per la prima volta?«Io vengo dalla città di Michelangelo e quindi amo il non finito, è poetico, è una scultura appena abbozzata nel marmo. Ma questo non è un non finito, è una distruzione. Questa città con muri che recintano vuoti mi ha fatto un’impressione enorme, come un grido di dolore e insieme di speranza. Qui c’è un ibrido delicato: il privato che investe e che non deve speculare, perché è una cosa che non ci possiamo permettere, ma allo stesso tempo non deve nemmeno perdere profitto perché sennò l’operazione non si compie. Come sempre il crinale è molto stretto. È come tra modernità e tradizione: se non ti muovi dalla tradizione sei un ostaggio, se sei troppo moderno fai un corpo avulso dalla città».

Non era preoccupato, all’inizio?«Fosse arrivato un immobiliarista che mi avesse chiesto di massimizzare i profitti, non avrei accettato. Quando ho avuto la disponibilità dalla proprietà di rendere di uso pubblico gli spazi privati a terra questo mi ha convinto. Poi l’avere ridotto gli spazi a destinazione commerciale di oltre il 40, 45%, inoltre, mi ha assicurato che si poteva fare un lavoro di qualità. La committenza è privata, ma le istanze sono arrivate dall’amministrazione pubblica. È stato il sindaco, per esempio, a chiedere che i servizi venissero concentrati attorno all’attività congressuale, a completamento di quello che già si fa alle Ciminiere. La committenza ha accettato l’idea che non ci fosse un solo posto auto in superficie, e questo non era scontato. Se si fa un supermercato non sono i mille metri quadrati di area food che possono dare fastidio, ma i tre, quattromila metri quadri di parcheggio fuori. Io non sono contro gli spazi commerciali, sono contro i centri commerciali: quantità che erode la qualità».