Le rilevazioni della piattaforma italiana On Page sui propri clienti indicano che le stesse informazioni sono oggi disperse in otto file diversi, da replicare a mano su sei canali e in cinque lingue
Il conto alla rovescia è cominciato a luglio, quando la Commissione europea ha reso operativo il registro del passaporto digitale di prodotto. Da quel momento, per gradi, ogni bene immesso sul mercato europeo dovrà portare un codice capace di dichiarare di quali materiali è composto, quanto dura, come si ripara e dove va smaltito. La prima scadenza cade a febbraio 2027 per alcune batterie di grandi dimensioni. Per gli altri servono regole di dettaglio che la Commissione adotterà categoria per categoria: secondo il Piano di lavoro europeo le priorità sono ferro e acciaio, alluminio, tessili, pneumatici, mobili e materassi, con adozione stimata tra il 2026 e il 2029 e obblighi a seguire, dopo un periodo di transizione.
Perché quel codice funzioni, ogni impresa deve poter indicare una versione sola delle informazioni su ciascun prodotto ed è precisamente la richiesta che oggi mette in difficoltà buona parte della manifattura italiana. Le informazioni che compongono una singola scheda prodotto risultano distribuite in media su otto archivi diversi, da replicare poi su sei canali e in cinque lingue. Sono le medie rilevate da On Page, piattaforma italiana per la gestione delle informazioni di prodotto, sui propri 230 clienti, in larga parte imprese manifatturiere.







