Se la verità non si dice e non si pretende, finisce che nessuno la cerca più davvero». Scrivono così Giulio Golia e Francesca Di Stefano in “L’ultima notte di Marco. Verità e bugie sul caso Vannini” (Piemme, pp. 272; € 19,90), il libro-inchiesta che ricostruisce la morte del ventenne Marco Vannini, avvenuta nella notte fra il 17 e il 18 maggio 2015 in casa della fidanzata Martina Ciontoli. A distanza di undici anni, l’intento del libro è «sicuramente non dimenticare Marco» afferma Golia, con la speranza anche di toccare la coscienza di chi «una volta per tutte possa dire la verità su ciò che è successo in quella casa». Secondo gli atti ufficiali, Marco, nella vasca, chiede al padre di Martina, Antonio, di mostrargli le pistole nascoste in bagno. Un proiettile della calibro 9 lo colpisce al braccio, trapassandogli il torace. Nelle telefonate al 118 Antonio Ciontoli parla di un attacco di panico e di una ferita provocata da un pettine a punta. È poi al pronto soccorso di Ladispoli, dove Marco muore circa quattro ore dopo, che fa riferimento alla presenza del proiettile. Nel 2021 la Cassazione lo condanna per omicidio volontario con dolo eventuale e condanna per concorso in omicidio la figlia Martina, il figlio Federico e la moglie Maria Pezzillo. «Abbiamo ritenuto che questa storia potesse ancora essere attuale perché insegna che esiste la responsabilità individuale delle proprie azioni», afferma Di Stefano, giornalista e autrice del programma Le Iene che, insieme a Golia ha lavorato per anni al caso Vannini.«In quella casa erano in cinque, anche se solo quattro condannati (Viola Giorgini, fidanzata di Federico Ciontoli, è stata assolta, ndr). Ognuno avrebbe potuto reagire in maniera diversa per salvare Marco e nessuno ha avuto il coraggio di farlo». Traducendo il loro linguaggio televisivo in parola scritta, Golia e Di Stefano hanno un doppio obiettivo: prima di tutto, dopo la sentenza definitiva, dare una conclusione alla loro lunga inchiesta. Al tempo stesso desiderano intercettare un pubblico diverso, giovane, a cui ribadire «che a ogni azione corrisponde una reazione e una conseguenza».L’inchiesta, specificano, non sarebbe stata possibile però senza la tenacia dei genitori di Marco, Marina Conte e Valerio Vannini: «Ci hanno convinti a raccontare e affrontare questo caso» nonostante sia una tragedia da ogni lato la si guardi. «Nessuno di noi ha gioito quando è arrivata la sentenza definitiva», prosegue Golia. Ma in tribunale, a volte, «avere giustizia e vincere sono due cose molto diverse». Parecchie sono le domande che restano senza risposta. Perché, per esempio, la casa della famiglia Ciontoli non è mai stata posta sotto sequestro. “L’ultima notte di Marco” serve anche a fissare tutto questo nella memoria. «Quello che abbiamo fatto è stato semplicemente leggere le carte», affermano Golia e Di Stefano: «Abbiamo cercato più e volte di parlare con i Ciontoli. Loro non hanno mai voluto».