Lilli ha paura dei tuoni. Quando il rumore esplode all’improvviso, cerca un riparo, un corpo vicino al quale sentirsi al sicuro. Quel giorno, nel carcere di Spoleto, sceglie Marco(il nome è di fantasia, come tutti nel testo), uno dei detenuti che partecipano al laboratorio di regolazione emotiva attraverso la relazione con gli animali.

È un gesto semplice, quasi istintivo: una cagnolina spaventata che si avvicina a un uomo. Ma per Marco quel gesto significa molto di più. In carcere si è abituati a essere sorvegliati, giudicati, contenuti. Più raramente si sperimenta la possibilità di diventare il rifugio di qualcun altro. Proteggendo Lilli, Marco ha scoperto di poter essere una presenza rassicurante. Non soltanto un detenuto, non soltanto una persona definita dal proprio passato, ma qualcuno di cui un altro essere vivente si fida. Dirà in seguito quanto sia stato bello e terapeutico riuscire a far sentire qualcuno al sicuro.

Il progetto

È forse in questo rovesciamento che si trova il senso più profondo del progetto realizzato tra gennaio e giugno 2026 dall’associazione Una zampa per Birillo all’interno dell’istituto penitenziario di Spoleto grazie alla vice direttrice del carcere Giada Gatticchi. Nove detenuti, con l’educatrice dell’istituto Anna Benedetta Bonfigli, hanno preso parte agli incontri; sei, avendo seguito con maggiore continuità il percorso, sono stati inclusi nella valutazione clinica finale. Accanto a loro c’erano le professioniste, le psicoterapeute Giusy Mantione e Francesca Fortunati, che hanno condotto il laboratorio e tre mediatori molto particolari: i cani Lilli, Plinio e Musetta.