BELLUNO - Quarantamila chilometri, 18 Paesi attraversati e quasi tre anni trascorsi con una bicicletta come casa. Andrea Centelleghe, 23 anni di Sedico, e Omar Turrin, 33 anni di Feltre, hanno raggiunto il 13 agosto Prudhoe Bay, nell'estremo nord dell'Alaska, chiudendo una traversata delle Americhe iniziata nell'ottobre 2023.

In tutto 1.047 giorni di viaggio e 398.600 metri di dislivello positivo. Per Andrea l'idea di un grande viaggio era nata già dopo le prime esperienze in bicicletta. «Durante le vacanze estive avevo fatto un paio di viaggi e avevo capito che prima o poi avrei voluto fare qualcosa di grande». Inizialmente pensava all'Europa, poi è arrivata la proposta di Omar, conosciuto al Bam, incontro dedicato ai cicloviaggiatori, che aveva già pedalato dall'Italia fino alla Mongolia.L'idea «Due anni dopo mi ha chiamato proponendomi questa avventura. Cercava un compagno e l'idea era sua. Non ci ho pensato due volte: gli ho detto "dai, andiamo"». In pochi mesi è stato organizzato tutto. Più difficile capire cosa portare per tre anni. «Abbiamo esagerato: le biciclette, con tutto il carico, arrivavano anche a 60-70 chili complessivi». La partenza è avvenuta da Araraquara, nello Stato di San Paolo, in Brasile. Da lì i due hanno puntato verso sud passando per Paraguay, Uruguay e Argentina fino a Ushuaia. Poi la lunghissima risalita attraverso Cile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, America Centrale, Messico, Stati Uniti, Canada e Alaska.La strada «Siamo stati più viaggiatori che persone in spedizione. Abbiamo fatto tantissimi zig zag perché volevamo vedere il più possibile». Anche le distanze cambiavano: «Su asfalto facevamo anche 100-120 chilometri. In montagna, in Perù, a volte 40 quando andava bene». Non sono mancati i momenti difficili. In Bolivia il problema maggiore è stato l'altitudine. «Eravamo sopra i quattromila metri e quasi a cinquemila. All'inizio facevamo fatica a respirare e perfino a dormire». In Patagonia, invece, vento e pioggia hanno messo alla prova anche l'attrezzatura. «Una volta si è rotta la tenda ed eravamo a 200-250 chilometri dalla città più vicina. Dopo un'ora di autostop qualcuno ci ha caricati: eravamo in condizioni pietose». La fatica invece, racconta Andrea, diventa qualcosa con cui imparare a convivere. «Ascolti il corpo, ti fermi, bevi e riposi. Il corpo è una macchina incredibile: magari la prima settimana è dura, poi inizi a volare».L'ospitalità Tra i numeri più impressionanti ci sono le 605 notti trascorse ospiti di persone incontrate lungo il percorso, contro 336 in tenda e appena 106 in strutture. «A volte si creavano catene: una persona ci ospitava e poi ci mandava da un amico. Usavamo anche applicazioni dove le persone offrono un posto semplicemente per il piacere di aiutare e condividere qualche giorno». Proprio gli incontri hanno cancellato anche molti pregiudizi. «In Brasile all'inizio ci pensavo due volte prima di tirare fuori il telefono. Poi mi sono reso conto che ci sono persone splendide ovunque. La grande maggioranza vuole aiutarti in una maniera che ti lascia senza parole». La bicicletta ha aiutato ad abbattere le distanze. «La gente ti vede stanco, sporco, in difficoltà. Si incuriosisce e si avvicina in maniera diversa rispetto a un turista normale». Tra le esperienze più belle c'è la Colombia, dove Andrea e Omar sono rimasti per circa cinque mesi. Per un periodo il gruppo si è allargato ad altri tre cicloviaggiatori. «Per un mese abbiamo viaggiato in cinque. Era come essere una piccola famiglia vagabonda». Ed è proprio dalle persone incontrate che Andrea porta a casa una delle lezioni più importanti: «Ho riconfermato che si può imparare da tutti, dalla persona più "fighetta" fino al contadino più umile».Il traguardo Quando finalmente è arrivato Prudhoe Bay, la prima sensazione non è stata soltanto felicità. «Ho sentito soprattutto un senso di vuoto. Arrivi dopo quasi tre anni in questo posto che è immerso nel nulla e pensi: adesso cosa si fa?». Anche perché la strada non è ancora davvero finita. Andrea e Omar stanno pensando di ridiscendere verso il Canada, recuperando alcune zone saltate durante la risalita. Poi potrebbero separarsi temporaneamente e continuare ancora a pedalare. Quando arriverà davvero il momento di tornare, resteranno migliaia di fotografie e filmati. «Omar ha tanti video fatti con la GoPro e io moltissime foto scattate con una macchina professionale. Mi piacerebbe farne un libro fotografico e, magari, organizzare una serata per raccontare il viaggio».