Devono essere stati giorni febbrili quelli di John Ternus. Lo immaginiamo rinchiuso nell’Apple Park, l’edificio ad anello soprannominato l’Astronave, circondato da uno staff infinito di esperti di pubblic speaking e di comunicazione, intento a provare e riprovare i contenuti di un keynote che si preannuncia storico.

Conoscendo la maniacale attenzione che l’azienda riserva a ogni più piccolo particolare fin dai tempi di Steve Jobs, qualsiasi immaginazione non avvicina la realtà e questi potremmo definirli i dieci giorni che sconvolsero Apple. La storia insegna, però: come la rivoluzione russa non si compì nell’ultima decade dell’ottobre 1917, né il Muro di Berlino cadde il 9 novembre del 1989, anche la svolta impressa all’azienda di Cupertino arriva da lontano, preparata da mesi, per alcuni aspetti da anni. Resa necessaria dai tempi e improrogabile dagli eventi.

Apple si trova a ripensare un ecosistema che ha generato enormi profitti e che l’ha resa a lungo l’azienda più preziosa di sempre, fino alla capitolazione in favore di Nvidia: un avvicendamento che testimonia del mutare dei rapporti di forza, le big tech dell’hardware e del software tradizionale costrette a fare i conti con l’incedere dell’intelligenza artificiale.