Beati i tempi in cui a Cannes Michael Moore, con Bowling a Columbine, mostrava un esterrefatto Charlton Heston che, di fronte alla sua inattesa intrusione casalinga, girava i tacchi e silenziosamente trascinava i piedi nel lungo corridoio della sua villa. Effetto sorpresa. Frammenti inediti. Potere cortocircuitale delle immagini. Quando il documentario cosiddetto d’inchiesta lasciava il segno. Niente di tutto ciò si è verificato durante le estenuanti quattro ore di Musk, il documentario evento diretto da Alex Gibney, Fuori Concorso a Venezia 83. Un minestrone di informazioni già masticate ovunque, allusioni perniciose, ironia fuori scala, testimonianze fiacche, su un tizio che, nella sua folle e sicuramente non limpida traiettoria politico-industriale, e finanche filosofica (Alex, ma lo sai cos’è il transumanesimo?), sta facendo ammattire da decenni i commentatori di tutto il mondo.

Musk, il film, è un puzzle biografico che inizialmente procede per cenni temporalmente in crescendo (c’è subito un Musk già quasi calvo, giovanissimo geek tra le scrivanie di un ufficio bislacco), poi all’improvviso per macrotemi che altro non sono che le aziende comprate e poi gestite da Elon Musk: dalle pionieristiche Pagine Gialle scaricate su internet (Zip2, rivenduta facendo un pacco di soldi) negli anni Novanta fino a Twitter, poi X, acquistato a una cifra gonfiata dai venditori, passando ovviamente per SpaceX e Tesla. In mezzo riaffiorano, come nelle migliori tradizioni sensazionalistiche da tabloid, le deliranti teorizzazioni muskiane sulla necessità di ripopolamento attraverso una iper-riproduzione di figli (il conteggio sembra fermarsi a 14), attuata con le sue presunte “fattrici”, a partire dalla prima moglie Justine, passando per Grimes, Shivon Zilis e quella Ashley St. Clair, qui interpellata a lungo per carpire segreti nel legame di Musk con il Maga (spoiler: quelli che sanno già tutti).