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Tra aprile e giugno l’utile netto di BYD, il maggiore produttore cinese di automobili, è aumentato di quasi il 30 per cento rispetto a un anno prima. È soprattutto cresciuta la presenza sui mercati esteri del gruppo: oggi più di quattro auto BYD su dieci sono vendute fuori dalla Cina. E infatti se ne vedono sempre di più anche in Italia.
Sono dati che sintetizzano una crescita con pochi precedenti nel settore. Se si guarda ai valori di borsa, BYD vale oggi circa 100 miliardi di euro, poco meno della somma delle capitalizzazioni di Mercedes-Benz, Volkswagen e BMW, le aziende leader (e in difficoltà) dell’industria automobilistica europea. Due anni fa BYD aveva superato Volkswagen come marchio più venduto in Cina, rompendo un dominio che durava da dieci anni. Questo sorpasso è una delle ragioni della crisi del gruppo tedesco, ma indica anche la direzione presa da quello cinese. La domanda interna non è tale da assorbire tutta la produzione di BYD e l’azienda è quasi obbligata a crescere all’estero, dove può vendere a prezzi più alti e fare più utili.
Il primato di BYD è stato costruito in poco più di 30 anni. È un tempo molto ridotto visto l’alto contenuto di tecnologia incorporata oggi in un’auto, e ancor più sorprendente se si pensa che all’inizio il gruppo faceva tutt’altro. Fu fondato a Shenzhen nel 1995 da Wang Chuanfu, un chimico specializzato in batterie, per rifornire il mercato dei telefoni cellulari allora in rapida crescita. Nel 2003 l’azienda acquisì un piccolo marchio cinese e iniziò in modo sistematico una forma spregiudicata di reverse engineering: smontava, cioè, i prodotti dei concorrenti e li ricostruiva in modo più economico. Nel 2005 presentò un modello di berlina – si chiamava F3 – molto simile alla Toyota Corolla, ma decisamente meno cara.








