La domanda delle domande arriva nel più bel film scoperto finora in Concorso al Lido. Che peraltro, estremo paradosso, si vedrà solo su Netflix dal 6 novembre. Il film si intitola “Possible Love”, il regista è il coreano Lee Chang-dong, scrittore, commediografo e brevemente ministro della Cultura prima di darsi al cinema (erano suoi lavori bellissimi ed esigenti usciti anche in Italia come “Poetry”, “Secret Sunshine”, “Burning”). Un tipo geniale che non avrà mai il successo fragoroso toccato al compatriota Bong Joon Ho con “Parasite”, ma si muove sullo stesso terreno: quello delle diseguaglianze sempre più profonde che minano gli ultimi resti del contratto sociale.Protagonista di “Possible Love” è infatti la giovane moglie di un operaio licenziato in una ristrutturazione aziendale particolarmente cruenta cui una giovane regista vuole dedicare un documentario. Uno di quei documentari impegnati che dovrebbero raccontare il mondo invisibile degli esclusi appoggiandosi in questo caso su due personaggi particolarmente interessanti (dettaglio chiave: la ristrutturazione è storia vera, e vere sembrano alcune delle testimonianze raccolte in “Possible Love”).Anche la regista però ha un marito, ricchissimo, bellissimo, educatissimo, che guarda con affettuoso paternalismo all'improvvisa vocazione artistica e sociale della moglie, convinta di poter capire quella coppia così diversa da loro. Non ci vuol molto a indovinare dove andrà a parare “Possible Love”, dedicato al Kieslowski del “Decalogo” e in particolare al capitolo “Non desiderare la roba d'altri”. Ma intanto l'ingranaggio si è messo in moto e il film procede in crescendo per quasi tre ore comparando con grazia, umorismo e sotterranea violenza quelle due coppie così diverse, dunque destinate ad attrarsi. Anche se nulla andrà come si potrebbe prevedere e quel documentario impegnato alla fine forse non si farà.Ma intanto i protagonisti avranno capito molte cose, di se stessi e degli altri. E noi con loro. A partire dalla fatidica domanda, accolta con una gran risata collettiva dalla platea veneziana, posta con illuminante candore dalla moglie dell'operaio. “Da cosa non dipende, esattamente, un film indipendente?”. Traduzione: come possiamo illuderci di sfuggire a tutto ciò che ci condiziona, ogni giorno e in ogni momento, nella vita come al cinema? Ovvero, come avrebbero detto i nostri nonni: dov'è la libertà?Buone domande, soprattutto in un luogo come Venezia, che di domande giuste sente un gran bisogno. Tanto che ne azzardiamo subito una noi: possibile che un film così bello debba andare solo in streaming? Ma Netflix non aveva promesso di cambiare politica e aprire alle sale?