Quasi mille laureati all’anno. Giovani cresciuti nell’Isola, passati dalle scuole sarde e spesso anche dalle sue università, che proprio nel momento in cui potrebbero restituire al territorio competenze, lavoro e reddito prendono la strada della Penisola o dell’estero. Negli ultimi sette anni la Sardegna ne ha persi 6.900. Una fotografia che consente anche di provare a dare un prezzo alla fuga dei cervelli. Perché l’esodo inarrestabile di questo capitale umano rappresenta anche un danno economico.

Il conto è pesante. L’Ocse, nell’Education at a glance, stima in circa 180mila euro il costo complessivo per formare un laureato. Dentro questa cifra ci sono gli investimenti dello Stato e delle amministrazioni locali, quelli sostenuti dalle famiglie, le tasse universitarie e anche il reddito al quale rinuncia un ragazzo che, dopo il diploma, decide di continuare a studiare anziché entrare immediatamente nel mercato del lavoro. Applicando questo valore ai circa mille laureati persi mediamente ogni anno dalla Sardegna, si arriva a 180 milioni di euro.

Ma il capitale che parte non si misura soltanto in denaro. C’è anche una perdita di competenze di cui il sistema produttivo sardo avrebbe bisogno come il pane. Perché non tutti i laureati pesano allo stesso modo sul mercato del lavoro e il saldo migratorio non racconta da solo ciò che accade.