C’è un dato dell’indagine Eurispes “Tecnologie digitali e salute mentale” che merita di essere osservato con particolare attenzione. Tra i giovani di 18-24 anni il 97,7% pubblica contenuti sui social e invia messaggi privati o di gruppo; l’86% commenta i post altrui. Ma, nello stesso tempo, il 96,5% scorre feed e contenuti senza interagire e il 98,8% guarda storie, video, fotografie e profili degli altri senza partecipare. È una compresenza interessante: una generazione fortemente attiva nell’ambiente digitale è anche una generazione esposta in modo quasi continuo alla rappresentazione della vita degli altri.
Il confronto con gli altri è una componente strutturale dell’esperienza umana: contribuisce alla formazione dell’identità, orienta l’apprendimento sociale, offre riferimenti attraverso cui interpretiamo noi stessi e il mondo. La discontinuità introdotta dalle piattaforme digitali non sta dunque nel confronto in quanto tale, ma nella sua esposizione permanente, potenzialmente illimitata e algoritmicamente organizzata. Per la prima volta nella storia abbiamo a disposizione una sequenza potenzialmente infinita di vite da osservare: successi, corpi, relazioni, viaggi, risultati, emozioni. Non la vita nella sua complessità, ma una sua selezione, spesso accuratamente costruita.






