Poco meno di trecento miliardi di euro di incentivi alle imprese in 25 anni, per una media di 12 all’anno con un boom durante la pandemia. Ma senza che la produttività, strutturale tallone d’Achille italiano, ne abbia beneficiato. C’è da crederci se il verdetto arriva dal Teha Club, gotha di 400 top manager che il Forum Ambrosetti definisce “rete esclusiva per i leader del settore pubblico e privato“, che ha appena partorito un rapporto ad hoc per l’evento di Cernobbio. È la certificazione che, in base a quel parametro, una montagna di soldi pubblici è stata in gran parte sprecata. Del resto il paradosso vale per tutta la Ue a 27: “A livello aggregato non emerge una correlazione positiva fra incentivi erogati e crescita di produttività e valore aggiunto“, mette nero su bianco l’analisi Sostenere chi crea valore presentata domenica da Marcella Panucci, ex dg di Confindustria, oggi docente alla Luiss e consigliera della ministra dell’università Anna Maria Bernini.

Nel 2024, dicono gli ultimi dati, l’Italia ha destinato agli incentivi circa 18,3 miliardi di euro, lo 0,8% del Pil, contro l’1,2% della Francia e l’1% della Germania. Motivo per cui ogni anno le imprese, a prescindere dal governo in carica, in vista della legge di Bilancio iniziano a battere cassa. Ma i risultati dell’analisi, basata anche su relazioni del Mimit e di Bankitalia, mostrano che spendere di più è tutt’altro che garanzia di successo se gli incentivi sono frammentati, poco selettivi e dispersi in mille rivoli senza una chiara gerarchia degli obiettivi. Ed è questo il caso: oltre la metà degli strumenti mappati, dal Fondo di garanzia pmi alla Nuova Sabatini a Transizione 4.0, è infatti di tipo trasversale e assorbe circa il 70% delle risorse sul piatto.