Non si può che rimanere genuinamente ammirati di fronte alla prodigiosa efficienza dell’intellettuale metropolitano in gita domenicaledi Carlos Solitovenerdì 4 settembre 20264' di letturaNon si può che rimanere genuinamente ammirati di fronte alla prodigiosa efficienza dell’intellettuale metropolitano in gita domenicale. Laddove uno storico, un sociologo o un’antropologa sprecherebbero un quarto di secolo a studiare le complesse stratificazioni di una comunità, al nostro impavido turista ideologico bastano sette minuti, un espresso al banco e un’occhiata di disinteressato disgusto all’avventore locale per stilare un’enciclica definitiva sullo stato di barbarie delle aree interne e dei paesi.Trattasi di una facoltà quasi soprannaturale dove ci si concede un’incursione nell’oscurità dell’Italia profonda – possibilmente tra la sagra della porchetta e un cammino ad altitudine moderata – per poi far ritorno nel proprio salotto con la diagnosi già stampata: il male metafisico risiede nei paesi o borghi che dir si voglia. Si osserva il bar della piazza con lo stesso atteggiamento clinico con cui un microbiologo esaminerebbe una colonia di bacilli su un vetrino, scambiando con sconcertante facilità i disastri provocati da decenni di abbandono statale per una malformazione genetica degli indigeni. Ma qual è la vera molla che spinge a tanta foga? Perché speculare sulla fragilità dei luoghi dimenticati?IL CASO RAIMO
Quando la “povera” Italia era una musa ispiratrice | Libero Quotidiano.it
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