di Laura Guarenti, coordinatrice medica di Medici Senza Frontiere (MSF)
In Siria oggi può capitare che una persona sopravvissuta incontri per strada chi l’ha torturata. Può succedere al mercato, davanti al pane. In una sala d’attesa. Su un autobus. Può succedere anche in un ospedale, dove la guerra dovrebbe restare fuori e invece entra lo stesso, attaccata ai corpi, alle voci, ai silenzi. È una convivenza forzata di cui si parla pochissimo.
Siamo abituati a misurare la fine di un conflitto con il silenzio delle armi. Ma il cessate il fuoco è solo l'inizio di un processo molto più lungo. Quando pensiamo alla ricostruzione, immaginiamo gru, mattoni, ospedali. In Siria, invece, la ricostruzione riguarda anche il tessuto invisibile di una società lacerata, la fiducia tra persone che per anni si sono guardate come nemiche, la possibilità di condividere di nuovo gli stessi spazi senza che il passato scompaia.
Dopo 14 anni di guerra e dopo decenni in cui molti siriani hanno vissuto sotto il peso della repressione, della detenzione e della tortura – parte proprio di quel sistema che molti avevano cercato di cambiare – la ricostruzione del paese non può essere misurata solo in termini di denaro, infrastrutture o ricostruzione fisica. È qui che la parola “ricostruzione” mostra tutta la sua insufficienza. Perché ricostruire non significa soltanto rialzare muri. Significa rimettere in piedi un sistema sanitario svuotato da anni di guerra, formare una generazione a cui il conflitto ha interrotto gli studi e il futuro. Significa anche dare alle persone e alle comunità il tempo necessario per elaborare anni, e in alcuni casi decenni, di paura, violenza e traumi. Significa ricostruire la fiducia in luoghi in cui era venuta meno molto prima che la guerra avesse inizio. Nulla di tutto ciò può avvenire rapidamente.






