I miei genitori volevano diventare insegnanti, ma non sono riusciti a realizzare questo sogno. Mio padre, francese, trascinato in due guerre successive, quella del 1939-45 e poi quella d’Indocina, non è andato oltre la licenza media. Mia madre, tedesca, nuotatrice eccezionale, da adolescente fu costretta a un programma di allenamento per Olimpiadi che non si svolsero mai; trascorse gli anni di guerra come cameriera in un hotel di lusso, al servizio di dignitari nazisti che detestava. Quando tutto finì, i miei genitori decisero di acquistare una piccola libreria e cartoleria a Lione. Un giorno chiesi a mio padre perché una libreria. «Perché – rispose – o era un bar per affogare tutto nell’alcol, o una libreria per sperare un po’ di più nella natura umana»; prima di aggiungere sorridendo: «E poi per crescere un figlio è meglio una libreria di un bar». I libri hanno questo potere.

Dopo aver salvato mio padre dal naufragio e mia madre dalla vergogna, riuscirono ad accompagnare e nutrire la mia infanzia. Non ero infelice, avevo amici, giocavo a rugby e a tennis, i miei genitori erano fantastici. Ma i libri mi hanno dato quel pizzico di anima in più (e di successo scolastico!) senza il quale la mia vita sarebbe stata senza dubbio molto diversa. Certamente non sono né un letterato né un erudito. Sono solo un lettore; e come dice la canzone, «potrebbe essere una piccola cosa per te, ma per me significa molto»1. Se mi permetto di raccontare questa storia è perché è al centro della domanda fondamentale di questo mio lavoro: come fa il bambino a diventare lettore? Se mi guardo indietro, mi accorgo che nei miei primi anni esistevano tutti gli stimoli positivi individuati dalla letteratura scientifica. È un elemento essenziale perché conferma che non si diventa lettori per caso.