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Domani, 4 settembre, a 1.413 giorni dal giuramento, il governo Meloni diventerà il più longevo della storia repubblicana. In un paese che vanta una durata media di 14 mesi, arrivare a 4 anni è di per sé un risultato straordinario. Ovviamente, stabilità ed efficacia non sono la stessa cosa. Si può governare 5 anni e non fare niente – come prova a sostenere l'opposizione nella sua campagna permanente. Dunque, proviamo a far parlare i numeri. A luglio 2026 l'Italia ha raggiunto 24 milioni e 370 mila occupati. Per citare Giorgia Meloni, mai così tanti "da quando Garibaldi ha unito l'Italia". Il tasso di occupazione ha raggiunto il 63,2 per cento e ben 16 milioni e 583 mila dipendenti sono a tempo indeterminato: tre massimi storici. Nel maggio scorso la disoccupazione aveva toccato il 5,0 per cento, anche in questo caso il minimo storico della serie. Ricordate il "milione di posti di lavoro" promesso da Berlusconi in 5 anni? Bene dall'ottobre 2022 gli occupati sono aumentati di 1milione e 200 mila in meno di 4 anni. E mentre l'opposizione insiste sul problema del lavoro "precario", abbiamo 1,3 milioni di dipendenti a tempo indeterminato in più e quelli a termine sono diminuiti di oltre mezzo milione. Un altro mantra del centrosinistra è che questo governo non abbia fatto nulla per i salari. Uno Stato può intervenire direttamente sui salari solo quando è datore di lavoro, ossia nel pubblico impiego. Ebbene, il governo ha chiuso 48 contratti in meno di quattro anni. Anche in questo caso, è un record. Dove lo Stato poteva intervenire direttamente, lo ha fatto come nessuno prima. Andiamo ai conti pubblici. Nel 2025 quattro agenzie di rating hanno promosso il debito italiano; per Moody's si è trattato del primo upgrade dal 2002, dopo 23 anni. Il famigerato spread, sopra quota 230 punti all'insediamento, ha toccato nel dicembre 2025 i 67 punti, il minimo dal 2008, prima della crisi finanziaria. E su questi dati, la stabilità conta tantissimo. Così come conta in borsa, dove ad agosto il Ftse Mib ha superato il massimo precedente del marzo 2000, guadagnando circa il 150 per cento dal 21 ottobre 2022. Inoltre, nel 2025 l'export di beni ha raggiunto la cifra record di 643,2 miliardi, e il turismo 481,1 milioni di presenze, picco più alto di sempre, anche in questo caso. Nel 2026 il finanziamento del Servizio sanitario nazionale ha raggiunto 142,9 miliardi, massimo di sempre e 17,7 miliardi in più del 2022. Fare record non significa aver risolto tutti i problemi. Crescita, produttività e salari sono questioni reali, ma non sono certo nate con il governo Meloni, come prova a sostenere l'opposizione. Tra il 1995 e il 2025 il Pil italiano è cresciuto in media dello 0,7 per cento l'anno, circa la metà dell'area euro, e la produttività del lavoro dello 0,3, contro l'1,5 dell'Unione europea. Secondo l'Ocse, nel 2025 i salari reali medi erano ancora sotto il livello del 1990. Da allora si sono succeduti 21 governi, difficile che la colpa sia solo dell'ultimo. Non sono tre malattie diverse, ma tre sintomi della stessa patologia strutturale, che ha diverse cause: la frammentazione del tessuto produttivo, i bassi investimenti in innovazione e competenze, il declino demografico, una burocrazia inefficiente e giustizia lenta, cose che sappiamo da decenni. La differenza è tra intervenire a monte o correggere gli effetti a valle. Il governo ha reso strutturale il taglio del cuneo fiscale, aumentando il reddito netto senza caricare lo stesso costo sulle imprese; ha finanziato Transizione 5.0 e gli incentivi della Zes unica e premiato le assunzioni stabili, oltre agli interventi del Pnrr su infrastrutture e capitale umano. Misure perfettibili, ma rivolte alle cause del problema: più capitale, tecnologia e competenze, meno tasse sul lavoro. Il centrosinistra, capitanato in questa estate da uno scatenato Fratoianni a caccia di idee da copiare nel resto d'Europa, guarda soprattutto a valle: patrimoniale, trasporti pubblici gratis per tutti, istruzione gratis fino all'università, riduzione dell'orario a parità di retribuzione, indicizzazione automatica, ecc. Misure che non producono produttività e crescita – anzi – e sono molto costose, sia per lo Stato che per le imprese.












