Fino a 16 miliardi di euro di investimenti potenziali, ma un'incognita regolatoria che rischia di tenere fermi i capitali. È il paradosso dell'idroelettrico italiano, chiamato a una nuova stagione di ammodernamenti proprio mentre resta da definire il futuro delle concessioni.

Secondo uno studio Teha realizzato in collaborazione con Enel, un nuovo ciclo di investimenti potrebbe mobilitare fino a 16 miliardi di euro, con un aumento della producibilità nazionale del 5-10%. «Il principale ostacolo, tuttavia, non è tecnologico né finanziario, bensì regolamentare», spiega a MF-Milano Finanza Paolo Citi, analista energy e utilities di Intermonte.

Perché l'idroelettrico continua a essere uno degli assi portanti del sistema elettrico: copre circa il 15% dei consumi italiani.

Non è soltanto una fonte rinnovabile, ma anche un'infrastruttura strategica per la stabilità della rete, grazie alla programmabilità e alla capacità di bilanciare la crescente diffusione di fotovoltaico ed eolico.La necessità di investire nasce soprattutto dall'età del parco installato.

Gran parte della capacità italiana è stata realizzata tra gli anni Cinquanta e Settanta e necessita di interventi di ammodernamento. «Non si tratta tanto di costruire grandi dighe, quanto di ammodernare gli impianti esistenti, sostituire le turbine e i componenti, digitalizzare la gestione degli invasi e migliorarne l'efficienza», spiega Citi.La nuova stagione potrebbe quindi passare dalla valorizzazione degli asset esistenti.